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L'annual gioco di San Jacopo - I. Cassigoli, F. Rafanelli (2009)

 

La città del barone messer Jacopo

 

Il Santo è oggi come ieri il simbolo stesso della società.
In esso e attraverso esso gli uomini si riconoscono tra loro
e percepiscono il senso di una comune appartenenza.
(I.E. Buttitta)

 

 

Secondo l’erudito Michelangelo Salvi, la devozione di Pistoia per San Jacopo ebbe inizio quando

correndo l’anno 849 vennero i Saraceni in Italia, e scorso tutto il Lazio, eransi condotti fino alle mura di Roma, il che sentendo i Pistoresi, gran travaglio se ne presero, temendo fortemente di qualche grave danno o crudele invasione alla loro città: hora perché essi dalla pubblica fama inteso avevano, come né prossimi passati anni, cioè nell’820, al Re Ramiro di Spagna travagliato e combattuto da gli stessi Saraceni, era apparito a vista di tutti i cattolici, S. Iacopo il Maggiore, Apostolo di Cristo, con una croce rosso nella bandiera e nel petto, coperto tutto di armi lucenti, assiso sopra bianco cavallo, promettendo a lui, ch’egli medesimo, combattendo in favor suo, a lui harebbe data, contro a questa barbara nazione, gloriosa vittoria (si come poi avvenne, che però la Spagna invocò e ricevette questo Santo per suo particolare Protettore) i Pistoiesi mossi da tale esempio, pensarono anco essi alla protezione del medesimo Santo ricorrere, e così invocatolo con viva fede, e ricevutolo per loro Protettore con solenissime feste e processioni, una Chiesa in onore e gloria di Lui, nella fortezza del Castellare fabbricarono, e la città loro non meno dal pericolo che dal timore restò liberata.

 

La chiesa, edificata come solenne ringraziamento per la grazia ricevuta, è da identificarsi con quella di San Iacopo in Castellare 

  • N. Rauty, Il culto dei santi a Pistoia nel Medioevo, Firenze, 2000, pp. 176-181; N. Rauty, Storia di Pistoia. Dall’alto Medioevo all’età precomunale. 406-1105, Firenze, 1988, vol. I, pp. 339-340, fig. 105; N. Rauty, Un aspetto particolare dell’attività del vescovo Ricci: il riordinamento delle parrocchie della diocesi di Pistoia, appendice, Schede delle parrocchie, monasteri e conventi in Scipione de’ Ricci e la realtà pistoiese della fine del Settecento, Pistoia, 1986, p. 8; A. Cipriani, Per rinnovare il “bel corpo della Chiesa”. Memoria delle soppressioni parrocchiali settecentesche nella “città frataja” di Pistoia, Pistoia, 2007, pp. 114-119. La chiesa sarà soppressa in seguito ai provvedimenti ricciani del 1784

la cui storia è indiretta testimonianza del primo, importante, embrione del culto jacobeo che si venne a radicare in Pistoia ben prima dell’arrivo della reliquia da Compostella, giunta nel tempo in cui

Pistorienses in Tuscia S. Jacobum Maiìjoren elegerunt civitatis suae patronum post acceptas capitis eius reliquias, quas S. Atto, eorum episcopus, anno 1145, a Didaco archiepiscopo Compostellano impetraverat, et in ecclesia cathedrali honorifice collocaverat, extructo etiam in Sancti Apostoli honorem sacello, ubi per illius intercessionem plura miracola contigisse referuntur.

  • Acta Sanctorum Julii, Tomus Sextus, Anversa, 1729, p. 25

 

La decisione di far arrivare una reliquia di San Giacomo apostolo (in Toscana chiamato abitualmente San Jacopo) matura all’interno dell’ambito ecclesiastico dell’allora vescovo Atto il quale riesce a ottenere una parte del corpo del santo grazie all’intercessione di Ranieri, un ecclesiastico pistoiese trasferitosi nella città galiziana come scholae magistere necessario mediatore tra la chiesa pistoiese e quella compostellana. Con “non modico labore et sudore et angustissima difficultate”,

  • S. Ferrali, L’apostolo S. Jacopo il maggiore e il suo culto a Pistoia (con documenti in parte inediti), Pistoia, 1979, p. 15

il diacono Rainerius riuscì nell’intento di intercedere presso il vescovo di Compostella Gelmirez, persuadendolo ad aprire il sarcofago del santo, a introdurvi una mano e “mentre vuol consolare i nobili Pellegrini con una ciocca di Capelli della parte posteriore del Capo del S. Apostolo, si stacca per liberalissimo dono del Santo con i capelli buona parte di carne dell’osso della Nuca, e con lettere testimoniali sì gran tesoro”

  • J.M. Fioravanti,Memorie storiche della città di Pistoia, Lucca, 1758 (ristampa anastatica Bologna, 1986, p. 180). 

fu consegnato ai messaggeri pistoiesi Mediovillano“prudentissimo viro” e Tebaldo“eius avuncolo” 

  • S. Ferrali, L’apostolo S. Jacopo il maggiore e il suo culto a Pistoia (con documenti in parte inediti), cit., p. 15.

che, all’inizio del mese di luglio del 1144, portarono a Pistoia accolti da grandi manifestazioni di gioia e devozione.

Con l’arrivo della reliquia di San Jacopo viene a consolidarsi e a prendere concreta forma il culto del santo, largamente auspicato e voluto dal presule Atto, non solo per l’importanza strettamente devozionale a esso legata ma, in un panorama più ampio, quale scelta strategica di stampo prettamente economico e politico.

Pistoia come luogo di culto jacobeo vide, in poco tempo, aumentare la sua floridezza economica grazie al notevole afflusso di pellegrini che arrivavano per onorare il santo; si ricordi che, dopo aver valicato gli Appennini, nella città si trovava il primo banco di scambio monetario e quindi è facile comprendere il giro economico sotteso al culto del santo matamoros.

Da un punto di vista politico, l’arrivo della reliquia, come ampiamente tratteggiato nel suo storico saggio da Sabatino Ferrali, 

 

  • S. Ferrali, L’apostolo S. Jacopo il maggiore e il suo culto a Pistoia (con documenti in parte inediti), cit., p. 14.

servì in qualche modo per consolidare una ritrovata unione tra vescovado e comune, dopo gli scontri che avevano portato nel 1138 alla scomunica dei consoli e dei loro ufficiali, in virtù delle stesse parole con cui l’arcivescovo compostellano indirizzò il suo dono ad “Attoni ecclesie pistoriensis presuli, omnibusque eiusdem ecclesie canonicis” e “predicte urbis consulibus et universo populo”10.

  • S. Ferrali, L’apostolo S. Jacopo il maggiore e il suo culto a Pistoia (con documenti in parte inediti), cit., p. 14. 

 

Il sacro frammento fu offerto non solo alla chiesa pistoiese, che ne aveva fatta esplicita richiesta, ma anche al collegio comunale e, soprattutto, al popolo di Pistoia.

San Jacopo assunse la veste di santo popolaree in breve finì per essere inserito entro l’orbita della tutela comunale, come dimostrano gli Statuti del comune di Pistoia del secolo XII, dividendosi tra l’ègida ecclesiastica, come culto religioso-devozionale, e quella comunale, come patrono della pars populi, la quale assunse l’immagine dell’apostolo, in veste di pellegrino, come simbolo del proprio sigillo.

 

  • L. Gai, Iconografia e agiografia iacopee a Pistoia, Pistoia, 1999, p. 16.

All’idea di San Jacopo, patrono e protettore di Pistoia, ci rimanda l’esplicativa iconografia del dipinto, sotto il loggiato della Cattedrale, sulla lunetta d’ingresso alla Sacrestia di San Jacopo, raffigurante il “barone messere”, in veste di pellegrino mentre sorregge un’immagine della città di Pistoia, quale parte integrante di un ciclo pittorico più ampio con le storiedel Santo,opera di Giovan Battista Naldini e Giovanni di Bastiano Calducci (1582).

  • R. Fedi, L. Gai, A. Suppressa, La facciata della cattedrale di Pistoia e il suo restauro, Pistoia, 2001, pp. 40-44.

 

La sacra capsellacontenente il frammento di San Giacomo, secondo quanto esplicitamente richiesto dal vescovo Gelmirez, una volta giunta a Pistoia doveva trovare solenne collocamento in un altare consacrato a ciò “in basilica nostre matris Pistoriensis ecclesia”.

 

  • S. Ferrali, L’apostolo S. Jacopo il maggiore e il suo culto a Pistoia (con documenti in parte inediti), cit., p. 15.

Per questo motivo, il presule Atto dette subito disposizione di costruire un altare predisposto a ciò, il quale, a sua volta, sarà più tardi inserito entro una cappella dedicata al santo, ricostruita, dopo l’incendio del 1204, in quelle forme gotiche che manterrà, inalterate, fino alla soppressione ricciana del 1785.

La Cappella trovò collocazione nelle prime due campate della navata destra della cattedrale di San Zeno, delimitata da un’elegante cancellata in ferro e dotata di unaporta dei pellegrini per l’accesso diretto dall’esterno, e assumendo, nella sua piena autonomia rispetto al resto dell’edificio che la conteneva, il valore di un vero e proprio “santuario jacopeo”,

 

  • R. Fedi, L. Gai, A. Suppressa, La facciata della cattedrale di Pistoia e il suo restauro, cit., p. 22.

tappa fondamentale lungo il “Camino de Santiago” 

 

  • G. Cherubini,Santiago di Compostella. Il pellegrinaggio medievale, Siena, 1998, p. 125.

quale “specchio e onore di devozione di questa città, e similmente per fame di tutte l’altre nazioni”.

 

  • A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, Pistoia, 1920, p. 5.

La sua cura e tutela vennero affidate all’aggregazione laico-religiosa dell’Opera di San Jacopo, nata per gestire, attraverso i suoi Statuti, non solo il sacrario del santo ma anche tutto il patrimonio a esso spettante, proveniente in massima parte dalle larghe donazioni dei pellegrini che giungevano o partivano da Pistoia, utilizzate come contributo per far fronte alle diverse esigenze spettanti all’arricchimento artistico del luogo, alla liturgia e al culto, quest’ultimo intensificato dalla storia di numerosi miracoli.

 

  • L. Gai, I riflessi della devozione Jacobea nei comportamenti sociali, Pistoia, Incontri pistoiesi di Storia Arte Cultura, 48, Pistoia 1990, pp. 5-8; L. Gai, G. Savino, L’opera di San Iacopo in Pistoia e il suo primo statuto in volgare (1313), Pisa, 1994, pp. 23-24 a cui si rimanda per la puntuale ricognizione storica sull’Opera di San Jacopo; L. Gai, Iconografia e agiografia iacopee a Pistoia, cit., pp. 45-60.

Da un preliminare riscontro sulla documentazione archivistica dell’Opera, conservata nell’Archivio di Stato di Pistoia, e presente in serie discontinue dal 1244 fino alla soppressione con motu propriodi Pietro Leopoldo del 1777, si nota come la stessa svolgesse la sua attività alla maniera di un “ente pubblico e agiva seguendo precise disposizioni emanate dal Comune” 

 

  • L. Gai, Le feste patronali di San Jacopo e il palio a Pistoia, Incontri pistoiesi di Storia Arte Cultura, 39, Pistoia, 1987, p. 4.

il quale, a sua volta, aveva l’obbligo di proteggere e custodire la cappella di San Jacopo, in particolar modo durante le festività del patronus.

 

 

“Come la festivitate di sancto Jacopo si debia fare”

  • L. Gai, G. Savino, L’opera di San Iacopo in Pistoia e il suo primo statuto in volgare (1313), cit., p. 189, n. XXIII. 

 

Così l’amore della patria congiunto soavemente
 al culto della religione, ci darà di rivedere la
pompa solenne che ebbero negli antichi tempi
 le feste del nostro Barone Messer S. Iacopo.
(G. Beani)

 

La vigilia

A partire dall’ottavo decennio del secolo XII, per la chiesa e il Comune le celebrazioni in onore del santo patrono iniziavano alla vigilia del dies natalis, il 25 luglio, e continuavano per tutta l’ottava successiva, caratterizzandosi per un solenne susseguirsi di cerimonie liturgiche, cortei e tornei dove l’aspetto più sacro della festa finiva per sovrapporsi, e qualche volta confondersi, con il senso più civile e popolare del “giorno di festa”.

A partire dal 1363 sul sagrato della chiesa di Santa Maria in Corte e poi del Vescovato, nel mattino della vigilia, veniva effettuata la distribuzione del pane ai poveri della città e del contado, anticipata da un rintoccar di campane.

La cerimonia degli omaggi e la processione, erano tuttavia i principali momenti che scandivano la vigilia ed erano organizzati da una speciale commissione cittadina, predisposta dall’Opera di San Jacopo e composta dai “buonuomini delle feste” poi detti “festaioli”.

Il chiostro della chiesa di San Francesco e, ancor prima della sua edificazione la chiesa di Santa Maria Maddalena de Piunte, era stato prescelto come luogo per la cerimonia. Nello stesso giorno, dopo i Vespri cantati in Cattedrale, vi giungeva in maniera privata e senza nessuna solennità, la processione del clero e dei cappellani recanti la reliquia di San Jacopo.

Il rito degli omaggi equivaleva a un’offerta in cera, denaro o generi alimentari, che le diverse rappresentanze delle ville, castelli e podesterie, giunti in città per la festa del Santo, facevano sulla base della loro ricchezza al Comune di Pistoia20.

Dopo gli omaggi iniziava la processione la quale, partendo dal Prato di San Francesco procedeva con grande solennità verso la Cattedrale e della quale il Chiappelli21 descrive con puntualità le “rappresentanze”, secondo una disposizione tipica della metà del secolo XV

Questo corteggio veniva aperto dai banditori del Comune, e da una squadra di milizie del Podestà di Pistoia. Dopo queste milizie appariva nel corteggio una schiera il più spesso maschile, talora anche femminile di suonatori di ventura, chi di liuto, chi di arpa, chi di organetti, chi di tamburi, chi di pifferi, chi di trombetti, chi di valdese, chi di naccare, il più spesso italiani, talora tedeschi o francesi. Al seguito di costoro venivano istrioni, danatori, atteggiatori, e spiritelli. Dietro a costoro movevano a due a due gli abitanti della città, e dei sobborghi, non scritti alle arti, e che avessero avuto età superiore ai 10 anni. Gli abitatori della città incedevano preceduti dal pallio da offrirsi al Santo, a nome del rispettivo loro quartiere cittadino, e portavano un cero per ciascuno. Di seguito agli abitanti della città e dei sobborghi venivano le undici corporazioni delle arti pistoiesi, i maestri prima, e i discepoli dopo due a due, ed ogni arte era preceduta da un pallio da offrirsi a Santo Iacopo.Dopo le arti cittadine seguivano le rappresentanze dei Comuni e terre della giurisdizione pistoiese. Erano notevoli negli antichi tempi per importanze le rappresentanze di Carmignano, di Lizzano, del Montale, e di Serravalle. Esse procedevano nel corteggio coi loro podestà. . A questo punto nell’ordine del corteggio erano disposte le rappresentanze dei Comuni lontani, della città e delle Signorie d’Italia amiche del Comune di Pistoia, e che erano state invitate alla festa . Rappresentanza della Signoria di Firenze con otto trombetti e con un trombone o trobarone, con due sonatori di nacchere, con quattro pifferi, con sonatori di cennamelle, con un araldo, un mazziere, talora anche due buffoni, detti atteggiatori del Comune di Firenze. Rappresentanza della mercanzia di Firenze, talora con quattro, talora con otto trombetti. Rappresentanza della parte guelfa di Firenze con sei a undici trombetti. Rappresentanza della Signoria di Volterra con quattro trombetti. Rappresentanza della magnifica Signoria di Lucca con un tamburino e da due a tredici sonatori. Rappresentanza del Comune di Prato da due a quattro trombetti. Rappresentanza del Comune di Prescia con tre sonatori. Rappresentanza del Comune di Bologna e con essa da due a sei trombetti. Rappresentanza del Comune di Colle da due a cinque trombetti. Rappresentanza del Comune di Castiglione Aretino con un trombetto. Rappresentanza della Signoria di Siena con cinque tra trombetti e sonatori, e talora con un buffone. Rappresentanza della Signoria di Pisa con due trombetti. Rappresentanza del Podestà di Bologna con due trombetti. Rappresentanza del Podestà di Lucca con due trombetti. Rappresentanza del Podestà di Prato con due trombetti. Rappresentanza del Podestà di Livorno con due trombetti. Rappresentanza del Capitano del Popolo di Firenze con due trombetti. Rappresentanza del Capitano del Popolo di Borgo San Seplcro con due trombetti. Rappresentanza del Capitano del Popolo di Livorno con un trombetto. Rappresentanza della Signoria di Arezzo con 6 trombetti. Rappresentanza della Signoria di Modena con un piffero e un tamburino. Rappresentanza del Vescovo di Pescia con due trombetti. Rappresentanza del Senatore di Roma con un trombetto. Vicario di Scarperia con due trombetti. Vicario di Pescia con due trombetti. Vicario di S. Giovanni di Valdarno con due trombetti. Vicario di Anghiari con due trombetti. Vicario di Certaldo con due trombetti. Rappresentanza del Signore di Faenza con un trombetto. Rappresentanza del Comune di Perugina con tre trombetti e due sonatori. Rappresentanza dei Signori d’Imola con quattro sonatori. Rappresentanza dei Malatesta Signori di Rimini con due sonatori. Rappresentanza del Duca di Milano, talora con sei, talora con dieci sonatori. Rappresentanza del Marchese, poi divenuto Duca di Ferrara, talora con sei, talora con dieci sonatori.. Proseguendo la descrizione del corteggio della processione noteremo come alle rappresentanze venute da fuori succedevano i rappresentanti delle istituzioni cittadine, come gli Operai di S. Iacopo, gli ufficiali di Sapienza, i rettori dei diversi Ospedali, e portavano ciascuno di loro un cero acceso in mano. Il Podestà di Pistoia con la sua corte veniva appresso, preceduto dal pallio di seta di colore variabile, talora azzurro, talora rosso con scacchi e gigli dipinti, che era offerto all’altare di S.Iacopo insieme ad una certa quantità di ceri. Successivamente compariva la rappresentanza del Comune di Pistoia. Il gonfalone della città, quindi venivano i pennoni a oro delle trombe. Un gruppo di tredici tra araldi e trombettieri a cavallo, seguiti da sonatori di nacchere che erano ornate di pendenti di zendado indicho e rosso. Un primo araldo portava una veste per metà bianca e per metà rossa, con dipinture fatte sulla veste stessa. Una metà di questi araldi portava vesti bianche con decorazioni dipinte, e coperte di zendadi bianchi, ornati di campanelle di ottone, come pure i loro cavalli. L’altra metà indossava vesti con dipinture su, e con zendado rosso ornato di campanelle eran pure coperti i cavalli. I trombettieri recavano trombe ornate con pendenti di seta verde ornati di frangie, dipinti in tutta la loro estensione a scacchi ed a gigli, e nel mezzo dei pendenti appariva, talora dipinto e talora ricamato, lo stemma di Pistoia coll’orsacchiotto. Dopo gli araldi e i trombettieri venivano i sonatori di nacchere, e di cornamuse decorate con pendenti di zendado rosso ornato di gigli e di scacchi. A costoro succedevano i famigli del Magistrato Civico, nei loro particolari abbigliamenti, recando l’offerta di cera al Santo. Uno di loro inguantato sosteneva il pallio offerto a Santo Iacopo dal Gonfalone e dal Magistrato Civico. Questo pallio era in antico di zendado indico, più tardi fu sciamito o velluto vermiglio con banda a scacchi e gigli, e con fregio d’oro veneziano. L’asta di questo pallio era sormontata da un capitello in legno intagliato e dipinto, e sopra di esso era posto un orsacchiotto in legno, pur esso dipinto ma portante una sopravveste di zendado colle zampe anteriori un giglio in ferro dorato. Al pallio del Gonfaloniere e degli Anziani di Pistoia seguiva nel corteggio il pallio che si donava al vincitore della corsa, che veniva fatta nel giorno di San Iacopo. Ecco come questo pallio era recato nella processione della vigilia del Santo dai tempi di siffatta devozione, fino al secolo decimoquinto.Uno degli araldi del Comune vestito per metà di zendado rosso e per metà di zendado bianco incedeva a cavallo sostenendo il pallio. Il cavallo di lui rimaneva coperto di una sopravveste di zendado, per metà rosso e per metà bianco, e questa sopravveste veniva ornata di campanelle di ottone. Questo pallio, che era in velluto cremisi, con due bande di zendado vermiglio e azzurro sulle due estremità, e dipinto a gigli d’oro e scacchi d’argento, portava a ricamo tondellini e nicchi nel campo ed aveva tutt’intorno un ornato fregio d’oro, o di Venezia, o di Colonia. Tale pallio era sorretto da una asta principale dipinta coronata dalla statuetta in legno dorato rappresentante S. Iacopo. L’asta principale era tenuta dall’araldo inguantato: le altre quattro aste minori dipinte, su cui era assicurato pure questo pallio, erano sorrette da quattro famigli del Magistrato Civico pur essi inguantati. Nel corso del secolo decimoquinto, sembra che fosse portato un mutamento nella disposizione e nel modo di ostensione del pallio destinato al vincitore della corsa, durante il corteggio della processione. Sembra che sull’esempio di Firenze per la festa e processione di S. Giovanni Battista, il pallio non fosse più portato per Pistoia dall’araldo a cavallo, ma sopra un carro appositamente preparato. Questo carro decorato dagli emblemi della città e dell’Opera di San Jacopo e riccamente addobbato, veniva tirato da due cavalli coperti dalla sopravesta per metà bianca e per metà rossa. Questi animali erano cavalcato da due giovanetti in costume ed il carro portava sopra, sostenuto dall’araldo il ricco pallio, destinato al vincitore della corsa del giorno susseguente. Dopo i due palli sopraccennati incedevano il Gonfaloniere ed il Magistrato Civico con i loro ufficiali, in abito di parata e con cero acceso in mano. Dietro a loro veniva una squadra di milizie. L’ultima parte del corteggio, prima della reliquia del Santo, era formata dal clero regolare e secolare, dal Vescovo, e da alcuni prigionieri, ai quali veniva in quel giorno accordata la liberazione in onore del Santo. E prima due a due procedevano in cotta i frati, dei diversi ordini religiosi residenti in Pistoia, poi coloro che godevano di qualche benefizio ecclesiastico, i rettori delle chiese di campagna e di città, i Cappellani, i Canonici Della Cattedrale e il Vescovo di Pistoia. Dopo il clero seguivano i due o tre carcerati destinati ad essere restituiti in libertà, dopo avvenuta l’offerta loro all’altare di San Iacopo. Costoro erano coperti di una veste di color verde, che li faceva distinguere dalle altre persone che formavano parte del corteggio della processione. Dopo di costoro sotto un ricco baldacchino e sopra un altare portatile, appariva la reliquia di S. Iacopo circondata da venti a quaranta fanciulli recanti torchi di cera accesi. Le aste di sostegno dell’altare portatile recanti la reliquia erano tenute per turno da giovani pistoiese, e in tempi più recenti da nobili che avevano coperte le mani da guanti profumati di camoscio o di martora, loro donati per la circostanza dell’Opera di S. Iacopo. Chiudeva infine il corteggio una squadra di milizia, e dietro il popolo devoto22.

Chiappelli ci fornisce una precisa istantanea della solenne processione che, seguendo un percorso obbligato di piazze e strade preparate a festa, dal Prato di San Francesco, costeggiando la loggia della scomparsa chiesa di Santa Maria Maddalena, proseguendo per il Corso, via della Madonna, via degli Orafi, giungeva in piazza del Duomo. Lì, posata la reliquia di San Iacopo nella Cappella, si offrivano i pali23 e la cera all’altare del Santo e si assisteva alla pubblica benedizione dei cavalli, precedentemente sorteggiati fra gli iscritti, che all’indomani avrebbero partecipato alla corsa24.

Durante il percorso, davanti ai palazzi delle pubbliche Magistrature, o dove si fossero raccolte più persone, il cavaliere del Comune a cavallo, che precedeva il palio, suonava la tromba e recitava il bando della festa25.

Si riesce facilmente a immaginare quel corteo processionale, a cui tutto il popolo, secondo gli statuti del 1296, doveva obbligatoriamente partecipare26. Esso rappresentava il momento più alto dell’aggregazione laico-religiosa, in una sorta di “reciprocità tra terra e cielo”27 dove ogni individuo è parte integrante della comunità civica ed ecclesiastica che festeggia il suo santo patrono.

L’aspetto più religioso, culminante nel baldacchino con la reliquia del santo, portata dagli Operai di San Jacopo, che a partire dal secolo XV avrà degna collocazione nel sacrario ghibertiano, trovava piena corrispondenza in quello civico rappresentato dalle più alte cariche della città e del distretto a cui si univano le rappresentanze delle diverse città e signorie amichedi Pistoia.Il tuttoerarallegrato dalla presenza di musici e istrioni che “suonavano, cantavano, motteggiavano, danzavano ed imprimevano una nota profana ma assai gaia e singolare alle processione”28.

Con il passare dei secoli, e in particolar modo sotto il granducato mediceo e poi lorenese, muta il modo di porsi nei confronti della vigilia che vede un progressivo esautorarsi della solennità processionale mancante di molte delle sue più importanti rappresentanze, allo stesso modo con cui la cerimonia degli omaggi fu ridotta “ad una semplice parata”29.Dal secolo XV, la stessa fu affiancata da uno “scambio di complimenti”30 tra gli Operai di San Iacopo e quelli della Sapienza che si concludeva con l’offerta di una colazione, trasformata nel 1600 nel dono di un paio di guanti e successivamente in quello di un cartoccio di pepe.

La vigilia si concludeva con una “luminaria che doveva consistere nell’accensione di pannelli unti o impregnati di materie resinose posti entro padelle che si collocavano sulla torre della Cattedrale, sopra altre torri della città, ed ai cornicioni dei palazzi pubblici e privati. Tra finestra e finestra dei palazzi inoltre si facevano dei falò di stipa e di paglia sulle piazze, in segno di pubblica letizia”31.

Con la scoperta della “polvere da ischioppetti o razzi”, alla fine del Settecento, la suggestiva luminaria venne sostituita con girandoledi fuochi artificiali in piazza del Duomo, poi spostati in piazza San Francesco.

A partire dalla metà del secolo XVII, fino all’inizio del secolo XIX, nel giorno del 21 giugno venivano eseguiti in piazza del Duomo “i fuochi di Sant’Atto”32 i quali, per la loro bellezza, richiamavano “dai prossimi rioni e dalle vie più recondite, il popolo accorrente sulla stupenda Piazza, illuminata con innumerevoli fiaccole, protese ai lati degli adorni davanzali”33.

 

Il giorno della festa

Per il popolo pistoiese il 25 luglio era il giorno della festa, del riposo, della solenne celebrazione in Cattedrale ma anche il momento del pubblico divertimento dove assistere al palio dei barberi che si correva lungo le strade della città o prendere parte alla chiassosa e pittoresca fiera sul Prato di San Francesco.

Attraverso i diversi Diari sacripistoiesi34 è possibile ripercorrere il susseguirsi delle celebrazioni liturgiche della “festa principalissima della città”35che iniziavano in Cattedrale, alle sei con il mattutino cantato e alle dieci con la solenne messa pontificale del vescovo di Pistoia, anch’essa cantata, alla presenza di tutte le autorità civili ed ecclesiastiche. Durante la Messa erano pubblicamenteliberati fino a sei carcerati per debiti con la sola clausola che fossero “dei più poveri, avessero scontato una parte della pena e avessero ricevuto il perdono”36.

Nell’occasione della festa, fino al secolo XVI, si dava forma alla “capanna della verzura in Duomo”37ovvero festoni di frutta, fiori e piante ornamentali che attraversavano le diverse arcate della Cattedrale, ripetute anche per l’allestimento della loggia e della piazza antistanti, poi sostituita da setinie damaschi di vari colori.

Il duomo di San Zeno e la cappella di San Jacopo erano, inoltre, preparati con ricchi allestimenti di pregiate stoffe, reliquiari e splendidi pezzi di oreficeria, impreziositi da pietre preziose policrome, sofisticati avori e smalti champlevé che, carezzati dalla soffusa luce di lampade pensili, ceri e candele, conferivano a tutto l’apparato uno scenografico e suggestivo impatto visivo. Il Diario sacro del 173538 riporta con estrema puntualità i diversi reliquiari collocati sull’altare maggiore della Cattedrale e della Cappella, mettendo in evidenza la venerazione della chiesa pistoiese per altri santi della cristianità che, nascosti nel Tesoro per gran parte del resto dell’anno, nel giorno della festività venivano esposti alla pubblica devozione, in sincronia con la scopertadell’altare argenteo, di solito chiuso da pannelli

Sull’altare maggiore

I. Parte del legno della Santissima Croce in ricco Ostensorio d’argento, donata da Monsignor Francesco Frosoni Arcivescovo di Pisa.

II. Due statuette d’argento con la Reliquia in una di San Pietro, nell’altra di San Paolo Apostoli, donate dal Proposto Carlo Cellesi.

III. Il Corpo di San Rufino Vescovo, e Martire entro un Busto grande d’Argento rappresentante il detto Santo.

IV. Un altro Busto simile con entravi il Corpo di San Felice Prete.

V. Un Reliquiario pure d’argento, dove conservasi due Teste di due Compagne di Sant’Orsola.

VI. Un’altra Testa di dette Compagne in altro simile Reliquiario.

VII. Il Corpo di San Bonifazio Martire conservato in una ricca Urna d’argento, per dono del Cardinale Rospigliosi, che fu poi Clemente IX.

VIII. La Testa di San Giulio Martire con un Ampolla del di lui Sangue in una Custodia d’Argento, donata dal medesimo Cardinale Rospigliosi.

Sull’Altare della Cappella di San Jacopo.

I. L’Insigne Reliquia di detto Santo Apostolo, consistente in parte della sua Nuca . Nel medesimo ricco Reliquiario di Sant’Jacopo si contiene ancora una Reliquia di Santa Maria Madre di detto Santo ottenuta dalla città di Veruli per mezzo del Cardinale Oddo Colonna l’anno 1407; nel Piede, o Base di detto, racchiudonsi più Reliquie di Santi, che furono raccolte dall’Incendio seguitovi l’anno 1558 con Cartella per memoria, che dice: Nomina abstulit Incendium casu fortuito.

II. Una statuetta d’Argento rappresentante San Jacopo con una reliquia di detto Santo, donata da Monsignore Francesco Frosoni Arcivescovo, come si è detto, di Pisa.

III. Un Braccio d’argento, nell’estenzione sic. del quale racchiudesi parte della Mitra, e Pastorale, e Titolare di questa Cattedrale, essendovi ancora disposte con ordine altre Reliquie di Santi Martiri, ottenute di Verona l’anno 1620.

IV. Particola del Santo legno della Croce in vago Reliquiario d’argento, ottenuta l’anno 1379.

V. Un’Ostensorio pure d’Argento con entravi alcune Gocce del Sangue miracoloso d’un Crocifisso esistente nella Chiesa di San Giovanni in Laterano; qual Reliquiario, in occasione, che ne fu data parte al Re di Spagna, si ottenne da Frà Jacopo Peri Minore Osservante, e da lui si donò l’anno 1622 alla Cappella, e Sagrestia di San Jacopo.

VI. La reliquia di Sant’Agata Vergine, e Martire in una custodia d’antichissimo e ricco lavoro d’Argento.

VII. Una Reliquia di S, Bartolomeo Apostolo in vago, e ricco Ostensorio, donata l’anno 1663 dal soprannominato Cardinale Rospigliosi.

VIII. Una statua d’Argento rappresentante Santa Eulalia Vergine, e Martire Comprotettrice della Citta con una sua Reliquia nel piede, donata da Francesco Centi nel 1596.

IX. Una Cassetta pure d’Argento con dentro la Sindone, in cui per quasi dugento Anni stiede involto il Corpo di Santo Atto stato già sotto terra, come si è detto nel mese di Maggio, perfino all’Anno 1337.

X. Una custodia finalmente, ove conservasi parte del Sacro Velo della Santissima Vergine.

La già mistica atmosfera di festoni rinascimentali, luci soffuse e ori luccicanti, era ulteriormente accresciuta dalla musica che accompagnava tutte le cerimonie liturgiche la quale se, nei tempi più antichi, era prevista per il solo suono dell’organo39 e di qualche cantore, a partire dal secolo XVI, sarà affiancata dalla stabile presenza di una cappella musicale, spesso coadiuvata da illustri cantanti e musicisti che, per tutto il Seicento e il Settecento, durante il mese di luglio giungeranno in città da ogni parte d’Italia, in occasione della stagione operistica del Teatro dei Risvegliati.

Dai Diari privati di ecclesiastici ed eruditi sei-settecenteschi, come Padre Dondori e Cosimo Rossi Melocchi40, veniamo a conoscenza delle diverse, e famose, personalità musicali che presero parte al programma dei Risvegliatie collaborarono con i cantori di cappella per rendere ancora più solenne e gradito lo svolgimento delle sacre musiche. Tra essi spiccano i cantanti Jacopo e Bartolomeo Melani, Giacomo David, lo Sbaraglia, Caffarelli e i violinisti Iacopo Morelli e Pietro Nardini41.

Cosimo Rossi Melocchi ricorda nel suo diario la venuta a Pistoia, il 2 luglio del 1730, del castrato Caffarelli per prendere parte, nel dramma musicale Sirbace, al ruolo di Astorbo, Principe Reale della Cina42

Questa sera nel Teatro dei Signori Accademici Risvegliato è stato recitato il Dramma in musica intitolato Il Sirbace e veramente e una Festa non mai più veduta e non mi sarei creduto di vedere in Pistoia una Festa simile essendo una Compagnia così bona e unita che veramente si po’ sentire ancora in Firenze e la detta Commedia o Dramma fu fatta in Milano e non altrove e si è fatta detta Commedia in Pistoia essendo impresario il Signor Giovanni Battista Pinacci e il Signor Gaetano Maiorano detto Caffariello di Napoli . Quel Caffariello porta il Vanto che non pare un uomo quando canta ma pare un Rosignolo

Al temine della messa, secondo una tradizione in uso dal 137243 al 1777, le autorità, i nobili pistoiesi e quelli forestieri si recavano presso il Palazzo Comunale per godere della “generosa Refezione portata loro dagli Operai di San Jacopo in rendimento di grazie per l’assistenza prestata in Duomo alle Sacre Funzioni”44.

La colazione consisteva in un ricco e prelibato banchetto culinario fatto di “galanterie”quali vini pregiati45, frutta, pane, “berlingozzo e trionfi di confettura dorata”46 (confetti), forniti all’Opera dall’antica spezieria del Vescovato o Farmacia De’ Ferri, famosa in città per le sue “confectioni bene confectionate e non mercantili”47.

Uscendo dalla cattedrale i cittadini e forestieri erano accolti sotto un largo padiglione, predisposto dall’Opera di San Jacopo e ancorato alla Cattedrale e al Battistero48 che, quasi come un manto, proteggeva dal torrido sole di luglio i fedeli giunti per prendere parte alle diverse funzioni che si svolgevano all’esterno, come ad esempio la predicazioni dell’ottava successiva al 25 luglio, per le quali “l’opera conduce ogn’anno un Predicatore perché tante più riesca celebrata con sentimento, e devozione la festa del nostro Santo Protettore”49.

Sempre in esterno, di fronte alla cappella di San Jacopo, era collocata, sopra un altare preparato per la celebrazione delle messe, una statua lignea di San Jacopo la quale, dalla seconda metà del secolo XIV, il giorno della vigilia e della festa, era coperta da un mantello rosso, secondo una prassi alto medievale pistoiese che vestiva con una cappa rossa le spalle delle statue dei santi titolari, poste sulle architravi delle chiese di Sant’Andrea, San Pietro e San Giovanni Forcivitas50, nel giorno della loro ricorrenza liturgica51.

La tradizione di coprire San Jacopo con il pastranorosso, facendolo diventare non solo pellegrino ma anche barone e priore della repubblica medievale pistoiese, è continuata, salvo qualche breve parentesi, fino all’epoca attuale: soppressa la cappella di San Jacopo e tutto l’apparato a essa pertinente, si iniziò a vestire la statua di Andrea Vaccà, prima posta sul tetto del portico della Cattedrale, poi spostata in cima ai due acroteri, e sulla quale, ancora oggi, qualche giorno prima del 25 di luglio, si vede adagiare un bel mantello rosso dai vigili del fuoco della città.

Se il significato sotteso al gesto simbolico di mettere il piviale vermiglio sulle spalle di un santo è quello di rimandare alla memoria del suo martirio e della sua santità, a Pistoia tale significato viene a piegarsi di fronte alla tradizione popolare che vuole vedere dietro quel gesto il ricordo della storia di un San Jacopo come sagace contadino pistoiese52, protagonista dell’ironica e gergale novella Pagar ‘a tanto haldodi Nerucci53.

Sa’Iacopo er’un contadino di giù di lontano, eppò ‘un zi dice S. Iacopo di Gallizia? E pare ‘he fusse anco ‘n pò bindolo, o almeno, sa?... ’un pagaa ma’ nessuno. Sicchè lu’ un giorno va da un contadino a comprà un par di vitelli, dice: “Ve li pagherò a tanto haldo; venite là per Sa’ Iaopo e allora ve li pago”. Codesto contadino gli dà ‘vitelli e lu’ se ne va. Quande ‘rivò a Sa’ Iacopo, ‘l contadino gli va a chiède ‘su quattrini, ma lu’ birbo, ‘he se n’arriordaa, ‘he devea vienì questo a piglià ‘quattrini, si messe ‘l pastran’ addosso per parè d’aè freddo. ‘Riva ‘l contadino, dice: “Oh!…or’è caldo, e siem’a Sa’Iacopo e son venuto a prènde’ ‘cuattrini de’ vitelli: Fa, lu’ dice: “Si, ma i’ ‘un ho mia ‘aldo! ‘un vedete ‘he ho sempre ‘l pastran’ addosso?”. E così lu’ ‘un pagò ‘vitelli e per cuesto ‘l giorno di Sa’ Iacopo gli mettano ‘l pastranino; eppo’ ‘un zi dice: I Pistoiesi quant’enno hoglioniGli mettano ‘l pastranin né solleoni?!

Accanto alle celebrazioni civiche e religiose del 25 luglio si veniva ad affiancare tutto un contesto popolare e ludico che riviveva ogni anno per la ricorrenza patronale, come un momento di svago e di gioia da condividere con il resto della comunità. Si arrivava da ogni dove per andare a rivolgere una preghiera al Santo, per prendere parte alle celebrazioni e poi trattenersi alla fiera e più di ogni altra cosa per assistere all’ annual giocodel palio dei barberi, una corsa di cavalli che si snodava per le vie cittadine.

Il mercatum sancti Iacobi collocato sul Prato di San Francesco54 e per le vie e piazze della città, per tutta la settimana antecedente e successiva al giorno di San Jacopo, era un grande mercato all’aperto in cui poter comprare e commerciare merci e animali, saldare debiti, avanzare impegni contrattuali, o semplicemente attraversare i suoi spazi per respirare quell’aria giocosa e pittoresca di un momento di festa. Giulio Rospigliosi, al secolo papa Clemente IX, ricorda con un’istantanea poetica la fieradi San Jacopo, nel secondo intermezzo del suo melodramma L’Egisto ovverochi soffre speri55.

Alla fiera, alla fiera!

La vaga primavera

Oggi con pompa altera

T’invita a schiera a schiera.

Alla fiera, alla fiera!

Nella tradizione popolare, accanto al pubblico divertimento della fiera e del palio, si snoda tutta una serie di costumanzelegate ai pranzi in famiglia fatti di berlingozzi e brigidini, “uva saiacopa e mele saiacope”56, dove nel giorno del santo patrono la campana di mezzogiorno “suona a maccheroni”57.

Elementi attraverso i quali il culto jacobeo, sceso dall’aurea più alta della religiosità e del potere civile, diventa elemento integrante del vivere quotidiano, come Sebastiano Frosini ci racconta nel suo sonetto Sa’Jacopo

Sonano le ‘ampane a tutt’oltranza

Per questo nostro Santo protettore,

anche se – dice – fusse un impostore

che a’ debiti non dea tropp’importanza.

E’ un gran Santo di molta rinomanza:

e, in pien’estate, fa proprio furore

con su’ pastrano rosso da signore

che ci protegge in pace e n’abbondanza.

Per lui la gente si fa pizza e pazza, con le tombole, i foi, le processioni,

la festa in Domo e la baldoria in piazza.

Sonano le ’ampane e ’ampanoni

per tutti, credetemi, è una bazza

fatta di polli arrosto e maccheroni

Il gesuita Saccenti così riassume, con parole argute e poetiche, la festa di San Jacopo.

 

 

 

 

 

L’annual giocodi San Jacopo

Finalmente la fune si abbassa

 e i cavalli sfrecciano

(J.W. Goethe)

 

 

Tra le maggiori attrattive profane della festa di San Jacopo un posto di primo piano spetta al palio dei cavalli barberi58 che si correva nella tarda serata del 25 luglio e al cui vincitore veniva dato come trofeo della vittoria, un palio59

Costituito da una stoffa di 24 braccia di velluto cremisi con bande di zendado vermiglio e azzurro sulle estremità, bande che venivano fatte dipingere a gigli d’oro e scacchi d’argento. Questo pallio portava tondellini e nicchi ricamati, ed era ornato di un fregio d’oro o di Venezia o di Colonia.

Il palio, dopo essere stato portato in processione alla vigilia del Santo, era poi appeso alla finestra del Comune, affinché tutti potessero ammirarlo, fino al concludersi della corsa con la proclamazione del vincitore.

Secondo Lucia Gai60 la notizia più antica della corsa risale al 1265 quando fra le spese dell’Opera si nota “A Paolo Rovini di Pisa, per aver ricomperato da lui per conto dell’Opera un palio di seta, che egli vinse nella festa di S. Jacopo quando fu corso il ‘Palio’, lire 11”.

Ogni anno, lo spettacolo richiamava una moltitudine di persone desiderose di partecipare alla festa e incitare i cavalli scossi: all’evento partecipava il popolo, esponenti politici e l’alta società del tempo composta in gran parte di nobili, molto spesso protagonisti indiretti del gioco in quanto fornitori dei cavalli da corsa, richiamati non solo dalla solennità che il giorno di San Jacopo aveva in tutta la Toscana, ma anche, e soprattutto, dalla ricchezza del premio in palio.

Ai patrizi pistoiesi spettava l’importante ruolo di patrocinare i cavalli, come ci tramandano le liste dei barberi che, nei diversi anni, hanno partecipato alla corsa di San Jacopo, nelle quali si nota come al nome di ogni cavallo corrisponda quello del suo proprietario e quello della nobile famiglia pistoiese che ne aveva il temporaneo patrocinio.

I preparativi per la corsa erano febbrili, e concitati i momenti antecedenti la partenza61.

Al di là del canapo, dove si portavano i cavalli prima delle mosse delle corse in lungo vi era uno spazio in parte libero, (campo aperto), in parte diviso da tramezzi, che lo dividevano e che venivano detti casini, dove si disponevano i barberi più focosi. I cavalli si portavano alle mosse bendati, e non dovevano essere ornati di orpelli, campanelli, o di fronzoli o altra cosa insolita da impaurire la carriera di altri corridori. Molto spesso questi barberi portavano raccomandate sulla schiena le perette, che erano piccole palle di ferro munite di punte o di chiodi, le quali movendosi durante la corsa, pungevano e stimolavano i cavalli tanto più fortemente quanto più essi andavano veloci. Era consentito invece ai fantini che montavano i cavalli, di portare seco la sferza durante la corsa. Allora il cavaliere del Podestà o del Commissario, procedeva alla chiama dei barberi alla corda, e quasi per mettere sugli attenti, pronunziava le parole sacramentali: “Alla corda, Barbareschi”. Immediatamente dopo queste parole mentre il trombettiere suonava il segno della partenza, il cavaliere del Podestà reggeva il canapo. In quell’istante doveva avvenire la scappata dei cavalli.

Da una provvisione comunale del 1514 conosciamo quale fosse il percorso dei cavalli62 durante la corsa.

Essa incominciava dalla strada lucchese al di là del luogo detto “Rondinino”, presso la Villa chiamata anche oggi della Colonna, passava l’Ombrone a Pontelungo, penetrava in città a Porta Lucchese, e proseguiva per le strade Puccini (Via della Madonna, o via mastra di Porta Lucchese) e degli Orafi (Taverna) arrivando a S. Maria Maggiore in piazza del Comune.

Con le trasformazioni medicee, alla metà del secolo XVI, che videro lo spostamento di Porta Lucchese nel luogo della costruzione di un bastione di difesa, si venne a interrompere quel percorso rettilineo che finora aveva caratterizzato il tradizionale tragitto della “corsa in lungo”, portando alla sofferta decisione di scegliere un’alternativa. Il nuovo itinerario, documentato nella pianta della città di Francesco Leoncini (1657), inclusa nelle Historie di Michelangelo Salvi, partiva dal Prato di San Francesco, luogo delle mosse, a breve distanza dalla chiesa di Santa Maria in Ripalta, proseguiva su via del Corso, per poi superare l’incrocio di San Vitale e di San Paolo e arrivare, infine, alla chiesa di Santa Maria Nuova, luogo della ripresa.

I cavalli, all’origine del palio montati da giovinetti, e poi fatti correre scossi,cioè senza fantino63, dopo il via dato da un rappresentante del potere pubblico, percorrevano il tragitto a gran velocità sotto lo sguardo vigile e coinvolto dei presenti, disposti ai bordi della strada, alle finestre, sulle terrazze o su palchetti di fortuna costruiti per l’occasione, per poi arrivare alla chiesa di Santa Maria Nuova, dove erano attesi da un’apposita giuria della corsa che decretava il vincitore.

L’atmosfera calda e rassicurante della festa, la ricchezza e la particolarità della rappresentazione, lo sfarzoso corteo signorile di forestieri e cittadini, il momento del“pigia-pigia, della turbolenza, del baccano e della sbrigliatezza”64, faceva di Pistoia una città unica nel suo straordinario gioco di grida, colori, sfarzo e pregiati cavalli, tanto diversa da farla percepire nel 1730 a Cosimo Rossi Melocchi come fosse una “Romanina”65.

In ambito pistoiese, fatta eccezione per la pianta cittadina di Francesco Leoncini, non esistono testimonianze iconografiche sul palio né sull’aspetto dei cavalli che lo correvano: a questo proposito l’ambito romano, raramente analizzato in rapporto a Pistoia, può fornirci un interessante riferimento visivo in quanto, dal Medioevo alla fine dell'Ottocento, tutti i giorni della settimana antecedente la Quaresima, in occasione del Carnevale, lungo le vie del Corso, si svolgeva una corsa di cavalli barberi senza fantino, con finale palio in premio, identica a quella della città toscana66.

L’incisione acquerellata di un anonimo artista romano del secolo XIX, oggi al Museo di Roma in Trastevere67, ci mostra un’affollata via del Corso mentre passano, a gran velocità, i cavalli scossicon le classiche perette utilizzate anche nella corsa pistoiese; la stessa scena è riproposta, da un’altra angolazione, nell’ottocentesca stampa di Felix Benoist che ben rappresenta lo scalpitante passaggio degli animali, tra ali di folla radunate in prossimità di Palazzo Doria al Corso.

La corsa romana, fulminea e caotica, come ce la ricorda nelle sue incisioni dal forte sapore popolare, il trasteverino Bartolomeo Pinelli, rapiva e incantava i partecipanti, ed era difficile trattenersi dal dipingere o raccontare uno spettacolo così particolare. Quello che descrive nel 1788 Goethe nel suoViaggio in Italia68, in occasione del Carnevale romano, può, in qualche modo, riportarci allo spettacolo vissuto da un qualsiasi astante alla corsa nella città dei crucci, come la definiva D’Annunzio.

Ogni sera di carnevale termina con una corsa di cavalli. Gli allevati a tal fine, generalmente piccoli, sono chiamati barberiperché i migliori tra essi sono d’origine esotica. Una volta le grandi famiglie romane allevavano tali cavalli nello loro scuderie, tenendo a onore che uno d’essi riportasse il premio; si facevano scommesse, e la vittoria era celebrata con un banchetto. Ma con l’andare del tempo questa passione è di molto sbollita, e l’ambizione di conquistarsi fama con i propri cavalli s’è trasferita ai ceti medi, o addirittura ai più bassi. Probabilmente risale a quell’epoca l’usanza che il corteo equestre accompagnato da trombettieri, che in quei giorni va in giro per Roma a far mostra dei premi ottenuti, entri nei cortili patrizi, e dopo aver sonato una fanfaretta riceva un’offerta. Il premio consiste in un pezzo di stoffa dorata o argentata, lungo circa due palmi e mezzo e largo meno di uno, che viene fissato a mò di stendardo in cima a una pertica variopinta; sul lembo inferiore, di traverso, sono raffigurati a ricamo dei cavalli in corsa. Tale premio prende il nome di Palio e, per quanti giorni dura il carnevale, altrettanti di questi cosiddetti stendardi fanno il giro delle strade di Roma, inalberati dal corteo.Ma nel frattempo anche l’aspetto del Corso ha cominciato a mutare; l’obelisco diventa il cippo terminale della via, e davanti ad esso viene costruita una tribuna. Su due lati si costruiscono delle grandi tribune. Infine si cosparge il corso di pozzolana, ad evitare che i cavalli concorrenti possano scivolare sul selciato. Gettiamo un’occhiata sulla lunga e stretta via, dove da ogni balcone, dal davanzale di ogni finestra, di sopra i tappeti che penzolano ondeggiando variopinti, una folla di curiosi guarda giù all’altra folla che brulica nelle tribune e occupa le lunghe file di sedie ai due lati della strada. Nel centro avanzano lente due file di cocchi, e lo spazio che potrebbe occupare tra loro una terza carrozza pullula di gente che non va né avanti né indietro, ma si spinge a vicenda su e giù . Il cielo comincia a imbrunire, e il Corso si affolla sempre più. Il momento della corsa dei barberi è sempre più imminente, e migliaia e migliaia di persone smaniano nell’attesa. I procacciatori di sedie e gli appaltatori delle tribune si spolmonano a gridare le loro offerte: “Luoghi! luoghi avanti! luoghi nobili! luoghi padroni”. Ora i cavalli, secondo l’ordine sorteggiata, vengono condotti da stallieri in costume fra le transenne erette dietro la fune. Sono privi di finimenti e hanno il corpo interamente scoperto. Sui loro fianchi vengono assicurate con corregge delle palline munite di punte, coprendo di cuoi fino al momento finale le parti su cui debbono agire da sprone; lastre di finto oro vengono appese alle schiene. Già prima di entrare negli stalli gli animali sono quasi sempre imbizzarriti e scalpitanti, e gli stallieri usano tutta la loro energia e abilità per trattenerli. Finalmente la fune si abbassa e i cavalli sfrecciano via. Nel tratto sgombro della strada ogni animale cerca di guadagnar terreno, ma una volta imboccata la strettoia tra le file delle carrozze ogni sforzo per sorpassarsi è quasi inutile. Non si riesce quasi a vederli, che son già passati.

Cavalli forti, robusti, di corporatura piuttosto bassa, i barberierano conosciuti e apprezzati per la loro resistenza fisica e per il prestigio raggiunto nelle diverse gare che, naturalmente, contribuiva all’aumento del loro valore economico. Ogni animale, con un proprio nome, legava la sua famaa quella del cavallaioproprietario, specialmente se quest’ultimo corrispondeva a una delle persone più in vista della storia politica e sociale del tempo, come Camillo Rospigliosi, Lorenzo il Magnifico o Sigismondo d’Este.

Camillo Rospigliosi (1714-1769), figlio di Clemente e di Giustina Borromeo69, del ramo dei Rospigliosi di Pistoia, poi Rospigliosi-Pallavicini, residenti a Roma, aveva una vera e propria passione per i cavalli barberi, allevati nelle tenute di Zagarolo e Maccarese, tanto da lasciare una considerevole raccolta di ritratti dei suoi beniamini i quali, ancora oggi, ci forniscono un singolare e affascinante percorso iconografico sui cavalli, protagonisti delle “corse in lungo”.

La serie pittorica, pervenuta al Museo di Roma70, è opera del pittore Johan Reder che la realizzò tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Settanta del Settecento. In essa un posto di primo piano spetta al cavallo Aquilino, prediletto della scuderia Rospigliosi, che corre “come Aquila per Aria fa il Camin”e di cui l’incisione di Domenico Campiglia (1760) riporta

Questo è Aquilino a cui diè nome il Corso

Vero figlio del Vento, chiaro il rese

Toscana e Roma e ogni lontano paese

Che lor mete segnò primier col morso

E di polve, e sudor bagnato e tinto

Per du volte di Francia (a) i Palii ha vinto

(a) S’intende nell’anno 1751 in occasione delle Feste fatte in Roma per la nascita del Duca di Borgogna Primogenito del Real Delfino di Francia.

Assieme a lui, eleganti e fugaci nella loro rappresentazione, il Berbero Falcone, la cavalla Polledruccia, simpatica e fiera nel suo manto pezzato, la cavalla Caprioladomata dallo staffiere “Peppon de’ Monti” e “Scannerina, cavalla corridora” che “vinse nel Corso di Roma il Di XXVIII, gennaro MDCCLXVIII nella prima ed unica carriera, che si fece delle cavalle”, raffigurata da un artista anonimo nel 1768.

Non possiamo sapere se qualcuno di questi cavalli partecipò alla corsa pistoiese, ma si può avanzare sicuramente l’ipotesi che il nobile Camillo fosse tornato più volte nella sua città d’origine a correre il palio.

La festa di San Jacopo diventa il momento in cui, ogni anno, si rinnova l’esser parte integrante di una comunità, con una propria storia e un proprio passato, che sia di fronte alle sacre spoglie di un Santo o tra la folla che incita i cavalli in corsa verso la vittoria, dove il sacro e il profano si fondono a vicenda e dove ciascuno sembra trovare la propria giustificazione solo alla luce dell’altro. Riguardo a questo, Lucia Gai71 ipotizza come significato sotteso all’istituzione della corsa jacobea la volontà di riproporre il momento di arrivo a Pistoia della reliquia di San Giacomo Apostolo, portata in città da un corteo di cavalieri che seguiva solennemente Mediovillano e Tebaldo, temporanei custodi del sacro frammento72.

Dal 177973 si decise di affiancare al “palio in lungo”, una seconda gara, da compiersi il 26 luglio e il 24 agosto sul Prato della chiesa di San Francesco, con cavalli montati da fantino che partecipavano a una “corsa in tondo”,entro un apposito anfiteatro ligneo “convenientemente decorato ed ornato. Colla parte superiore dei palchi ornata di figure dipinte di Flore che sostenevano festoni di rami di lauro”74.

La “Gazzetta Toscana” del 7 luglio 178975 riporta il programma che

si è veduto affisso ai pubblici e consueti luoghi di questa città il dettaglio delle feste e spettacoli che si daranno nel corrente mese, incominciando il dì 24 luglio a tutto il dì 2 Agosto, ed è il seguente. Nel dì 24 detto sarà incendiata una Macchina di Fuochi d’artifizio, nel dì 25 terminate le Sacre funzioni nella Cattedrale, sarà data la sera una corsa di cavalli alla lunga e nel dì 26 altra corsa di cavalli in tondo.

Il palio di San Jacopo durerà fino al 1858 quando una delibera del Consiglio Comunale approverà la sua definitiva soppressione; il palio di Sant’Anna, riscuotendo grande successo di pubblico, seguiterà fino alla seconda metà dell'Ottocento, anno del suo trasferimento nell’attuale piazza d’Armi, in seguito alle disposizioni della neo-costituita Società delle corse al Trotto76.

L’ampio abbraccio del Prato di San Francesco, come ce lo ricorda il dipinto settecentesco attribuito a Francesco Beneforti, alla fine del secolo XVIII fu scelto come luogo per ospitare due dei momenti più scenografici nella storia del San Jacopo pistoiese: il Trionfo del Gran Tamerlano, imperatore dei Tartari, nella Battaglia contro il sultano Bajazet nel 1789 e la Liberazione e Trionfo di Despina, nel 179177, due tornei78 cavallereschi che per la loro spettacolarità rimarranno nei ricordi di molti cittadini pistoiesi del tempo.

 

 

La vittoria del Gran Tamerlanoe Il trionfo di Despina

S’addensa, e ondeggia

Turba infinita, spettatrice intorno

Il vasto Anfiteatro a far più adorno.

D’Elmi, Bandiere, e luminosi acciari

Ecco sfavilla il minacciante Campo

(G. Matteini)

 

Le Feste di Baiazzet eseguite quest’anno 1789

Il 25 luglio del 1789, quando a livello europeo iniziavano le grandi rivoluzioni, culminate in Francia il 14 luglio di quell’anno con la presa della Bastiglia e lo scoppio della Rivoluzione Francese, a Pistoia, appena undici giorni dopo gli eventi francesi, con giocosità e allegrezza “fu risoluto di celebrare le feste più solenni e pompose degli anni precedenti con esporre su la detta piazza una rappresentanza teatrale e segnatamente la sconfitta di Baiazzet datali dal gran Tamerlano”79 che, il gonfaloniere Giulio Amati descrive nella sua relazione manoscritta sulle Feste di Baiazzet eseguite quest’anno 1789 in Pistoia80.

A dì 30 luglio 1789

c. 1r Da che per il nuovo Regolamento Comunitativo fu soppressa la distribuzione della Confettura in occasione della festa di S. Iacopo Apostolo che si faceva in questo nostro palazzo con ammirazione dell’Europa tutta per la produzione della Confettura e per i generosi rinfreschi che davansi alla maggior parte della nobiltà e a tutti i Forestieri Nobili e di qualche riguardo. I Pistoiesi per decorare la festa idearono di supplirvi con palii alla rotonda, con Corsa di Cocchi e con altri spettacoli che di anno in anno si davano sulla spaziosa Piazza di S. Francesco. Ma in quest’anno, essendo tratti i nuovi Priori, fu risoluto di celebrare le feste più solenni e pompose degli anni precedenti con esporre su la detta piazza una rappresentanza teatrale e segnatamente la sconfitta di Baiazzet datali dal gran Tamerlano. Tenutone maturo discorso, prima privatamente, ed in seguito in pieno Magistrato, Previo il consenso del Sig. Vincenzo Fabbri, ossia Vicario Regio, fu data commissione a me e al Sig. dott. Vincenzo Petrocchi di portarsi a umiliarne le preci a S.A.R. da cui ottenuto graziosamente il permesso ne recammo la lieta nuova a Pistoia e tosto ci distribuimmo le incombenze e mettemmo mano ai preparativi per tanta impresa e fu fatto venire di Firenze il Sign. Tarchiani uomo esperto in tali sceniche rappresentazioni, in qualità di Direttore. c. 1v Invitata da Magistrato in questo palazzo la più fiorita Gioventù della Città si Nobile che Cittadinanza fu fatto premura ai Sig. Nobili di accettare l’impiego di Generali e dai Signori Cittadini quello di Capitani. A me a al Sig. Dott. Petrocchi fu affidata la suprema direzione, il vestiario, gli arredi e quant’altro poteva occorrere per la pulizia e il decoro della festa, al Sig. Ticci, l’Economia, al Sig. Biagioni la Cavalleria. In seguito fu proposta l’estrazione si della parte che della qualità dei colori delle squadre ai dieci Generali compresovi i due rivali Baiazzet-Tamerlano e perché erano stati antecedentemente fatti disegnare dal celebre Minghi fiorentino vari figurini si di Tartari che di Turchi, furono scelti i più brillanti e bizzarri, e ne fu data l’impresa in appalto al Signor Cecchi fiorentino. La direzione del Prato fu affidata al Dr. Vitoni assieme con tutti gli altri. Numero dodici furono le Compagnie d’Infanteria formate da ventotto combattenti per ciascheduna i quali dovevano militare sotto i suoi Generali d’Infanteria. Inoltre due Generali di Cavalleria con venticinque uomini per Compagnia, Baiazzet e Tamerlano con i rispettivi aiutanti. Due Compagnie di Guastateri di numero tredici uomini per ciascheduna, molti guarda-padiglioni, molte guardie sulla Fortezza e i rispettivi palafrenieri, gli Arciduchi e molta altra gente di servizio, tutti vestiti di nuova ed elegante invenzione. c. 2r Al Sig.Tarchiani aiutante fu aggiunto il Sig. Tenente Giovanni Baldinotti nostro concittadino affinché uniti formassero il piano di battaglia e istruissero le truppe. Dato dai Signori Ingegneri il disegno dell’Anfiteatro, del palco reale della città di Ancira e della fortezza, lavoro del Sig. Stefano Cialdi e di altro soggetto fu presto mano all’opera. Numerose furono le adunanze private per la spedizione degli affari occorrenti, continuo fu l’esercizio cotidiano delle truppe a segno che giuntisi alla metà di luglio erano disposte le cose col miglior ordine possibile, e fu risoluto di nuovo spedire i soliti ambasciatori a S.A. R. per supplicarlo a volere onorare la festa con la sua persona, ma non potendo Egli promise di mandare i Reali Arciduchi. Allora fu che la gara e l’impegno figli della gioia e del contento diffuso in ogni individuo fecero che ognuno mettesi pensiero e premura per la felice esecuzione della difficile impresa. Verso il 20 di luglio le truppe erano sufficientemente esercitate per il continuo studio di chi le istruiva, era nel cortile del nuovo Palazzo Vescovile e parte in questo Palazzo Pretorio e tutte insieme nel vasto cortile del nuovo Seminario. Onde altro non rimaneva che pensare al comando e al decoro dei forestieri e a tale effetto fu eletto deputato per gli alloggi. Fu fatta venire la truppa regolata la quale unita a quella del presidio di questa Città c. 2v componeva il numero di cento. Si fecero venire otto Dragoni da Pisa, otto cammelli, molti muli e cavalli di corti, la Banda militare di Livorno, una Banda collettizia di Firenze, numero dodici tamburi, i Tappezzieri si di corti che pensionati per ornare i palchi Reali i di cui ornati erano stati offerti e dati graziosamente dal Real Sovrano, con quanto fosse abbisognato per si degna Festa. La mattina del 22. 23. 24 furono fatte le prove generali della Battaglia sul Prato ed i lavori furono sollecitati più che mai. Ond’è che si vidde il Prato a S. Francesco redotto a vago anfiteatro ornato a desta dal palco sovrano ed in faccia da una magnifica città e fortezza, oltre infiniti altri adornamenti i quali furono ultimati in si arco di tempo che fu di contento e sorpresa universale. Dopo il mezzo giorno della vigilia del Santo in Duomo, apparato nobilmente, fu cantato il Vespro in musica solenne, e dopo di esso fu eseguita non già la benedizione dei Barberi al Duomo, ma bensì la presentazione di essi sulla piazza. Infatti portate per la Città le Bandiere secondo la forma conducta e tornati in piazza, passarono davanti al Palazzo Pretorio dove accodatesi lì i Barberi furono guidati davanti al Palazzo Civico sotto del di lui arco di mezzo dove risedavano le accompagnatore servite da Don Zelli che consegnavano le liste ai Barbareschi. c. 3r La sera verso l’uoniora fu incendiata una macchina di fuochi artifiziati sul Prato a San Francesco e dopo nel Teatro vi fu commedia recitata dalla Compagnia Campigli. La mattina del dì 25. festa del Santo alle ore otto incirca giunsero in città tre Reali Arciduchi cioè il principe Ferdinando, il principe Giuseppe e il principe Leopoldo e andarono ad abitare nel Convento della Nunziata preventivamente preparato. Ricevuti dalla nobiltà tutta stata avvisata dal Vicario Regio la quale fu incitata a far loro la Corte dal mezzogiorno all’uniora. Intanto in Duomo fu cantata messa solenne con scelta musica e grande fu il concorso delle persone. Dopo il Vespro fu eseguita la corsa dei Barberi per la ricca Bandiera consueta, e i Reali Arciduchi intervennero a goderla sotto un palco preparato in poche ore e collocato alla voltata del Corso. Dopo la corsa andarono a piedi a passeggiare sul Prato a S. Francesco dove numeroso era il concorso e si andarono suonando continuamente le Bande militari e altri strumenti. Di lì si portarono al Caino dei Nobili e alle nove passarono al Teatro a godere di un festino, accompagnati sempre da gran numero di persone con torcetti in mano salutati da sinceri evviva di gioia. Nella mattina seguente nel salone di questo palazzo fu data accademia di Canto e Paesi e dagli Accademici Armonici, dove con maesto-c. 3v-so apparato, con scelta musica e con rari concerti, fu cantato un poemetto a tre voci, del quale esiste il libretto, opera del cavalier Cersare Marchetti, ebbe luogo la corsa in tondo sul prato ed i Reali Arciduchi goderono dal loro palco la regolarità ed esattezza dello spettacolo. Andarono al Casino e di lì accompagnati con lo stesso applauso si portarono ad osservare la bellezza delle botteghe dei nostri Speziali e Droghieri, ornati con gusto squisito ed illuminazioni. Finalmente passarono al Teatro a godere La Burletta. Al teatro alle ore undici fu dato principio al festino, essendovi permissione di maschere. Il lunedì 27. fu effettuata la magnifica festa con esito si nobile e felice che gli Arciduchi non si saziarono mai di lodarla ed il popolo immenso ne rimase meravigliato e dopo di essa i Reali Arciduchi dovevano partire, compianti universalmente. Il giorno seguente non ebbe luogo una disfida di pallone a cagione di una copiosa pioggia. Il di 29 fu corsa una bandiera in tondo ed il giorno di giovedì nuovamente fu rappresentata la seconda rappresentanza di Baiazzet eseguita con maggior precisione e con g più brillante. Il venerdì la suddetta disfida di pallone tra fiorentini e pratesi, la quale riuscì alquanto languida; e il sabato sera vi fu illuminazione sulla stessa piazza di S. Francesco, la quale piacque, benché ideata ed c. 4r eseguita in poche ore nella maggior parte, e fu un preludio di quel che potrà essere un giorno. La domenica poi fu tale il concorso di giunti da tutta la Toscana che non può enumerarsi così facilmente a tal che né il vasto Anfiteatro né i palchi contigui né il parterre né le finestre corrispondenti né i tetti vicini poterono ricevere il sorprendente numero dei concorrenti, i quali partirono, sorpresi della rappresentanza che in tal giorno riuscì dell’ultima sorpresa ed ammirazione universale. Nei giorni seguenti furono nuovamente spediti i Signori Deputati a ringraziare S.A.R. ed i Reali Arciduchi. L’Anfiteatro era formato a tre ordini di palchi co’ suoi parterri e con i trofei in alto, con i palchi sovrano a destra, con la città di Ancira in faccia presso gli Almetti, dove erano gl’ingressi ornati di superbi cancelli per didietro ai palchi giravano i retropalchi a anche alle muraglie vicine erano raccomandati altri palchi disposti con simetria e ornati con regolarità. Dalla parte di ponente fra gli Almetti, era aqquartierato l’esercito Turco, da quella di Levante sul getto di S. Francesco, il Tartaro. Entravano nell’Anfiteatro prima i due aiutanti generali alla testa delle respettive truppe con le Bande militari, Tartari e Turchi con tamburi ed altri ornamenti. Nel c. 4v mezzo marciavano i due Regi rivali con la numerosa servitù colla famiglia di Baiazzet seguiti dalle truppe di Cavalleria da numerosi cariaggi da cammelli e da altri attrezzi militari. Facevano un giro regolare intorno alla piazza con bandiere spiegate e con il più esatto ordine militare. Tornati i due eserciti ai loro campi, piantate le trincee e alzate le tende si dava riposo alle truppe, indi dopo replicate ambascerie un abboccameto dei due Regi, intimavasi la battaglia, la quale si eseguiva con un assalto di fronte a cui succedeva un battaglione quadrato dei Tartari i quali rinvigoriti dalla Cavalleria vittoriosa facevano rinculare e davano la rotta ai Turchi, che ritirandosi dentro la città e seco loro introducendosi i Tartari, rimanevano i Turchi perditori e dispersi. Fui seguito l’esercito trionfante e Tamerlano sul carro trionfale conducendo seco Baiazzet e la di lui famiglia prigioniera, ed il resto dell’esercito perdente tornavano a fare un nuovo giro per la piazza, terminava la rappresentanza. Ciò che rese ammirazione e stupore fu la vaghezza e la simetria sorprendente e la bellezza dell’anfiteatro e della città di Acira, e la magnificenza ed eleganza del vestiario dei Generali montati sopra i più superbi cavalli c. 5r da essi egregiamente maneggiati e degli atri Uffiziali e della famiglia Reale Turca e degli stessi soldati. Le nobili bandiere, i ricchi alloggiamenti, i numerosi Cariaggi, la disciplina militare, la marcia regolare delle truppe, il suono degli strumentoi e la stessa battaglia e l’ordine con cui fu data, e finalmente il bel trionfo e il ricco, nobile, stupendo e non mai cveduto Cocchio Trionfante. Insomma a pubblica confessione non in Pistoia, non in Toscana e forse anche nell’Italia, non è stata mai data una festa si nobile, si maestosa e si felicemente condotta, senza inconvenienti e senza disturbi, con soddisfazione e applauso universale, al tempo del Gonfalonierato di me Cav. Giulio Amati, del priorato del Cav. Girolamo Gatteschi, Cav. Francesco Ippoliti, dr. Vincenzo Petrocchi, dr. Bernardino Vitoni, dr. Francesco Ricci, avvocato Michelangelo Valdesi e Niccolò Biagioni.

Per la rappresentazione dello spettacolo, Giosuè Matteini, moralista e poeta pistoiese, compose La disfatta di Bajazet gran Sultano dè Turchi81.

L’incisione su rame con il Prospetto dell’Anfiteatro eretto nella Piazza San Francesco l’anno 1791 in occasione della Festa di San Jacopo82,lo stesso che due anni prima era servito per la Battaglia di Tamerlano contro Bajazet, delinea una scelta architettonica orientata verso quel revivaldi gusto gotico che andò delineandosi allo scadere del secolo dei lumi e che in Toscana fu largamente usato per i “grandi tornei all’aperto”83.

Ideatore dell’apparato scenografico pistoiese, secondo la relazione di Giulio Amati, fu l’architetto pistoiese Stefano Cialdi (o Ciardi) il quale, assistito da un anonimo collaboratore84, realizzò il disegno dell’anfiteatro, del palco reale della città di Ancira e della fortezza. La notizia, inedita, pone un ulteriore tassello nell’ambito dell’attività lavorativa dell’architetto, attivo alla progettazione di edifici religiosi, molti dei quali su commissione della famiglia Banchieri e del vescovo Scipione De’ Ricci, tra cui spicca il nuovo Palazzo Vescovile di Pistoia85.

In occasione dello spettacolo la stamperia Bracali dispose di un libretto esplicativo86.

L’occasione di uno spettacolo così importante richiamò nella città cittadini, forestieri, numerosi esponenti dell’aristocrazia e nellamattina del dì 25. festa del Santo, alle ore otto incirca, giunsero in città tre Reali Arciduchi cioè il principe Ferdinando, il principe Giuseppe e il principe Leopoldo”.

Gli arciduchi, nella loro permanenza pistoiese dal 25 al 27 luglio, presero parte non solo alla rappresentazione del torneo, ma anche a tutta una serie di festini, eventi teatrali e concerti dati in loro omaggio. Tra questi, celebre L’Ombra di Catilina, poemetto a tre voci, sul libretto del cavalier Cersare Marchetti87.

L’arrivo degli arciduchi, omaggiato dalla nobiltà pistoiese, non passò certo inosservato tanto da essere ricordato in componimenti poetici e narrativi; l’Anacreontica di Marchionni88 ne è un esempio.

Per le feste di Bajazet e Tamerlano in Pistoia seguite il dì 27 e 30 di luglio e 2 di agosto dell’anno 1789. Anacreontica.

Che fate tacite,

che non sorgete

dall’urne gelide

ombre di Lete?

Ombre magnanime

de’ prischi eroi

venite al plauso,

venite a noi.

Che il suono armonico

della mia tromba

v’invita a sorgere

dall’atra tomba.

E qua tra i bellici

scudi e cimieri

vedrete battersi

fiori di guerrieri.

Che al vivo pingono

del fier sultano

il vinto esercito

da Tamerlano.

Si dissi e tremule

qual api al vento

l’ombre volarono

al gran cimento.

E quando videro

simil tenzone

viva esclamarono

viva l’Ombrone.

 

Ch’un tempo fervido

fu troppo audace

ora tra il giubilo

combatte in pace.

 

Qua dove gl’incliti

prencepi augusti (a)

ver noi benefici

di grazie onusti.

 

Per segnar l’epoca

di questa istoria

ne cuori incidono

l’alta memoria.

(a)La presenza delle Altezze Reali Ferdinando Giuseppe, Carlo Luigi, Alessandro Leopoldo Arciduchi d’Austria rese più brillanti queste feste.

 

 

Per il Luglio Pistoiese del 1791, memori del successo ottenuto due anni prima, riutilizzando le stesse scenografie, venne allestito Il trionfo di Despina, tratto dal Ricciardetto di Niccolò Forteguerri

Un altro magnifico spettacolo da 620 giovani cioè la liberazione di Despina, e d’Argea e di Corese di le compagne dal Tempio della Morte, effettuata da Ricciardetto, Orlando, Rinalducci e suoi valorosi compagni, fra i quali i due famosi Giganti Don Fracassa e don Tempesta e colla prigionia di Serpedonte di Nicota e Draghilla coniugi e maghi di professione e d’altri loro aderenti, argomento tratto in buona parte dal Canto XV del poema che ha per titolo il Ricciardetto opera del celebre nostro concittadino Niccolò Forteguerri. L’azione vedovasi eseguita presso la città di Dangola capitale della Mibia, con veduta di Fortezza, con Rampari, Tempio e Palazzo reale 89.

La “Gazzetta Toscana” del 21 luglio di quell’anno90 informa che

Nella mattina del dì 25 si farà nella Cattedrale la solenne Festa del predetto Santo, con scelta Musica. Nel giorno suddetto sarà corsa la consueta ricca Bandiera nel corso alla lunga. Il dì 26 sulla già descritta Piazza San Francesco sarà dato il primo Spettacolo della Liberazione di Despina. Nel giorno seguente 27 detto sarà rappresentato il Trionfo Di Despina; Palio in tondo, e Festa Campestre di Ballo con illuminazione. Il di 29 sarà ripetuta la Festa di Despina. Ed il dì 3’ Palio in tondo. Il dì 31 Festa di Despina. Ed il dì 4 Agosto la Festa suddetta.

Ma le cose non andarono come previsto e il ricordo della precedente “festa si nobile, si maestosa e si felicemente condotta, senza inconvenienti e senza disturbi, con soddisfazione e applauso universale” andò a scontrasi con il pieno fallimento dell’idea che, seppur apprezzabile per il soggetto rappresentato, non trovò il pieno compiacimento del pubblico che pochi anni prima ne aveva decretato il successo.

Alla scenografia del 1789, si vollero aggiungere dei palchi e fare alcuni miglioramenti, ma nemmeno l’intervento del noto fiorentino Zanobi del Rosso, punta di diamante dell’architettura lorenese, coadiuvato dal pistoiese Antonio Faldi e da Giuseppe Brizzi, riuscì nell’intento di dare alla rappresentazione un ricordo positivo, come riferisce Bernardino Vitoni91, ancora una volta direttore del Prato di San Francesco

E infatti, il dì 20 si incomincio a lavorare sul disegno fatto dal Signor Zanobi Del Rosso di Firenze e reso meno dispendioso da Anton Faldi di Pistoia, ma non corrispose alla aspettativa poiché oltre i difetti grandi non poté nemmeno terminarsi interamente; la Pittura esprimente la Fortezza, e Torre su d’essa non era al punto, e non fece alcuna figura; similmente fu soggetto di molte eccezioni il Palco del Sovrano, ed una sala laterale eretta accanto a questo palco.

“Per le feste fatte nella solennità di San Jacopo nel corrente anno 1791”92, Pistoia fu onorata dall’arrivo di Ferdinando III, granduca di Toscana, accompagnato dalla reale consorte Luisa Amalia di Borbone; a loro, come omaggio, Corilla Olimpica dedicò un componimento poetico

Sonetto

Proemiale

Della signora Maria Maddalena Morelli

Di Pistoia

Per le arcadi Corilla Olimpica

Poetessa coronata in Campidoglio.

Della Patria mi guida il Genio amato

Con dolce forza, o PRENCE, appiè del trono

Onde un libro novello offrirti in dono,

Che Letizia ed Amore hanno vergato.

Se nel venirti innante il Serto usato

Non mi scorgi sul crin, se il nobil suono

Di mia cetra non odi, ah! più non sono

Quella, ch’ io fui, tutto mi tolse il fato.

Pur se degna di TE non posso farmi,

Volgi almeno alle Muse amico un guardo,

E grato il don Ti sia di questi carmi.

Ah! che d’invidia e d’ira avvampo ed ardo,

Perché vorrei sovra me stessa alzarmi,

E il fianco d’ingegno al buon volere è tardo.

Le feste di San Jacopo del 1789 e del 1791 furono gli ultimi due bagliori di una tradizione che, inesorabilmente, andava spengendosi per cedere il passo a scelte di carattere diverso, conseguenti al mutato quadro storico-politico proprio del secolo XIX, ormai lontano dalla solennità e dal fasto della “festa-spettacolo”93 che avevano caratterizzato i secoli precedenti.

 

 

NOTE

 

 

 

 

 

 

 

 

20. A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, cit., pp. 13-14.

21. Ivi, pp. 15-27.

22. Durante il periodo rinascimentale sembra che sia stato invertito l’ordine delle precedenze per cui il popolo apriva il corteo religioso, cfr. L. Gai, Le feste patronali di San Jacopo e il palio a Pistoia, cit., p. 16.

23. Dagli statuti dell’Opera del 1313 si evince al capitolo 18 “Come si debiano fare fare dei pagliche due erano i palida preparare: il primo, quello che il priore degli anziani doveva offrire all’altare del santo nel giorno della vigilia, a nome del popolo, il secondo, quello che veniva dato al vincitore della corsa. Anche il podestà e il Capitano del Popolo, a loro spese, dovevano provvedere a offrire un palio all’altare, come rimanda il capitolo 25 degli statuti “Come la spodestate e ‘l capitano sono tenuti d’offerere uno palio la vigilia di Santo Jacopo e andare in processione”,cfr. L. Gai, G. Savino, L’opera di San Iacopo in Pistoia e il suo primo statuto in volgare (1313), cit., pp. 96-97.

24. BCF, Fondo Forteguerriano, ms. E. 387, C. Godemini, Notizie riguardanti la istituzione del Palio di San Jacopo, c. n. n., s.d.

25. Le Rime di Giovanni Saccenti da Cerreto Guidi accademico sepolto, Firenze, 1808, tomo II. Si veda nella sezione di pertinenza.

26. L. Gai, I riflessi della devozione Jacobea nei comportamenti sociali, cit., p. 3.

27. G. Cavallo, Una reciprocità tra terra e cielo,in C. Leopardi, A. Degl’Innocenti, I Santi Patroni, Modelli di Santità, culti e patronati in Occidente, Milano, 1999.

28. A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, cit., p. 15.

29. Ivi, p. 29.

30. Ivi, p. 30.

31. Ivi, p. 33.

32. B. Bruni, I fuochi di Sant’Atto, Pistoia, 1964, pp. 27-30.

33. Ivi, p. 27.

34. Diario sacro pistoiese di tutte le feste, che annualmente si solennizzano nelle Chiese della città di Pistoia, con le Indulgenze tutte, che per tali occasioni vi sono concesse da’ Sommi Pontefici, dato in luce a profitto spirituale de’ Cittadini per opera di pia persona, e divota, e da lei consacrato al merito singolare, e sublime dell’Illustrissimo e Monsignore Federico Alemanni Vescovo di Pistoja, e Prato, Firenze, 1735; Diario sacro pistoiese umiliato ed offerto all’Illustrissimo e Reverendissimo Giovan Battista Rossi Vescovo di Pistoia e Prato, Pistoia, 1843; G. Beani, Diario sacro pistoiese compilato come ricordo del Giubileo Sacerdotale di Sua Santità Papa Leone XIII, Pistoia, 1887.

35. Diario sacro pistoiese di tutte le feste, che annualmente si solennizzano nelle Chiese della città di Pistoia, con le Indulgenze tutte..., cit., p. 90.

36. L. Gai, I riflessi della devozione Jacobea nei comportamenti sociali, cit., p. 4.

37. A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, cit., p. 39.

38. Diario sacro pistoiese di tutte le feste, che annualmente si solennizzano nelle Chiese della città di Pistoia, con le Indulgenze tutte..., cit., pp. 92-95.

39. Nel secolo XIV, mancante sia la cattedrale, sia la cappella, di un proprio organo, si ovviò al problema con un prestito, come attesta il ricordo del 1366 “quando furono pagati dall’Opera soldi quindici a Nicola di Iacopo che ci prestò li organi”. Nel 1387 l’Opera di San Jacopo provvide “a sue spese a fare acconciare gli organi del Duomo”, mettendo in evidenza, a quella data, la presenza dello strumento a cui era data particolare attenzione e cura in previsione della festa del Santo. Si ricorda infatti l’arrivo a Pistoia, nel 1421, di uno dei più famosi organari del tempo, Matteo da Prato, “il maestro el quale aconciò gl’organi et questo solo fece acciò che li decti organi fossero aconciati per la festa di S. Jacopo”. Del 1473 è la costruzione del nuovo strumento per la Cattedrale, opera di Lorenzo di Jacopo da Prato, e del 1589 la sua sostituzione con quello di Cesare Romani da Cortona il quale, nel 1951, cadrà sotto l’ineluttabile decisione di ripristinare le strutture originali del secolo XII, cfr. A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, cit., p. 43; F. Baggiani, Gli organi nella Cattedrale di Pistoia, Pisa, 1984, pp. 13, 14-17, 42-43.

40. A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, cit., p. 47.

41. Ivi, pp. 47-48.

42. BCF, Raccolta Alberto Chiappelli, ms. 186 / II, C. Rossi Melocchi, Diario delle cose pistoiesi dal 1728 al 1733, c. 36v-37v; A. Chiappelli, Storia del teatro in Pistoia dalle origini alla fine del secolo XVIII, Pistoia, 1981, p. 122 a cui si rimanda per un quadro completo sulle diverse rappresentazioni del Teatro dei Risvegliati, dal 1693 al 1799.

43. A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, cit., p. 49, nota 1; J.G. Fanelli, Famiglie di cantanti pistoiesi nel secolo XVII, «Bullettino Storico Pistoiese», CI (1999), 34, pp. 103-116; F. Baggiani, I maestri di Cappella nella cattedrale di Pistoia, «Bullettino Storico Pistoiese», LXXXVIII (1999), pp. 41-48.

44. Diario sacro pistoiese di tutte le feste, che annualmente si solennizzano nelle Chiese della città di Pistoia, con le Indulgenze tutte... cit., p. 91.

45. A partire dal secolo XV, sarà attiva l’usanza di inviare vini pregiati (fiaschi di vino greco e trebbiano) nelle case degli invitati alla colazione, cfr. A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, cit., p. 55.

46. A. Chiappelli, L’antica spezieria de’ Ferri o del Vescovado di Pistoia, «Bullettino Storico Pistoiese», XXVI (1925), p. 6; A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, cit., p. 51.

47. A. Chiappelli, L’antica spezieria de’ Ferri o del Vescovado di Pistoia, cit., p. 7.

48. Il padiglione si componeva di un largo telo in panno con la parte sottostante dipinta a scacchi e nicchi e sostenuta da una lunga asta dorata terminante con una sfera su cui era collocato un giglio di Firenze, un orsacchiotto o una piccola statua lignea di Jacopo, cfr. L. Gai, S. Ferrali, La Cappella di S. Jacopo e il luglio pistoiese di un tempo, Firenze, 1978, p. 19; A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, cit., p. 40.

49. Della pietà di Pistoia. In grazia della sua patria Scritta da Fra’ Gioseppe Dondori Ministro Provinciale de’ Cappuccini di Toscana Dedicata all’Eminentissimo Sig. Cardinale Giulio Rospigliosi Arcivescovo di Tarso, Segretario di Stato della Santità d’Alessandro VII da Francesco Dondori Nipote dell’Autore Decano della Cattedrale, Pistoia, 1666, p. 11.

50. A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, cit., p. 41.

51. Ivi, p. 41; A. Chiappellli, Pistoia, Firenze, 1924, p. 222.

52. B. Bruni, La leggenda di Sant’Jacopo, «Bullettino Storico Pistoiese», LIX (1957), pp. 80-90.

53. R. Nerucci, Racconti popolari pistoiesi in vernacolo pistoiese raccolti e pubblicati da Rodolfo Nerucci, Pistoia, 1901,pp. 87-88.

54. Nel 1788 la fiera venne spostata in piazza San Lorenzo in quanto la Piazza di San Francesco serviva per l’allestimento delle “corse in tondo”.

55. G. Rospigliosi, Melodrammi profani, D. Romei (a cura di), Firenze, 1998, pp. 116-124.

56. S. Ferrali, L’apostolo S. Jacopo il Maggiore e il suo culto a Pistoia (con documenti in parte inediti), cit., pp. 122-126.

57.P. De Simonis, C. Rosati, Atlante delle tradizioni popolari nel Pistoiese, Pistoia, 2000, p. 120.

58. Oltre al palio di San Iacopo, i cavalli barberi erano utilizzati anche per le corse che si svolgevano in occasione della festa di San Zeno, San Bartolomeo e della Madonna dell’Umiltà.

59. A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, cit., p. 75.

60. L. Gai, Le feste patronali di San Jacopo e il palio a Pistoia, cit., p. 7.

61. A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, cit., pp. 79, 83.

62. Ivi, p. 70.

63. Nel secolo XVII correvano sia cavalli scossi che con fantino; dal secolo successivo si decise di far correre i soli cavalli barberi, senza fantino, per il “palio in lungo” e quelli montati per la “corsa in tondo” sul prato della chiesa di San Francesco, cfr. A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, cit., p. 79 e nota 2.

64. W. Goethe, Viaggio in Italia, Milano, 1983, p. 557.

65. A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, cit., p. 81.

66. Numerose le città in cui veniva corso il palio dei barberi, prima fra tutte Siena. In Toscana si ricorda inoltre, Borgo a Buggiano e Firenze. In quest’ultima città si correva, a partire dal 1412, un palio per la festa di San Giovanni, del quale il pittore Giovanni di Francesco Toscani, tra il 1425 e il 1430, ne ha lasciato testimonianza sul fronte di un elegante cassone nuziale. Cfr. D. Balestracci, La festa in armi. Giostre, tornei e giochi nel Medioevo, cit., p. 212, tav. XXIX; A. Michelotti, Vecchi castelli di Valdinievole. Guida storico-artistica di Buggiano-Stignano-Colle-Malocchio-Borgo a Buggiano, Pistoia, 1969, pp. 443-445.

67. Il Museo di Roma in Trastevere, Roma, 2004, p. 111.

68. W. Goethe, Viaggio in Italia, cit., pp. 546-548, 556, 564-567.

69. Lo spettacolo del sacro, la morale del profano. Su Giulio Rospigliosi (Papa Clemente IX), Atti del Convegno Internazionale, Pistoia, 22-23 settembre 2000, tavola genealogica Rospigliosi, in appendice.

70. I cavalli Rospigliosiin Il Museo di Roma racconta la città, Roma, 2006, pp. 294-311.

71. L. Gai, Dal Palio di San Iacopo alla “Giostra dell’Orso”: sull'uso politico del Medioevo cavalleresco, «Storia locale. Quaderni pistoiesi di cultura moderna e contemporanea», (2006), 7.

72. Ivi, p. 40.

73. Pistoia, Biblioteca Leoniana, Fondo Manoscritti,Diario Pistoiese del Dottore Bernardino Vitoni dal 1778 al 1811, ms. 73, c. 1r.

74. A. Chiappelli, Storia e Costumanze delle antiche feste patronali di S. Iacopo in Pistoia, cit., p. 80.

75.«Gazzetta Toscana», (1789), 28, p. 111.

76. L. Gai, Dal Palio di San Iacopo alla “Giostra dell’Orso”, cit., pp. 32-50.

77. F. Alinari, In quel “prato” la storia, «Toscana Qui», I (1999), (gennaio-febbraio), pp. 50-51.

78. S. D’Amico, Torneo,in Enciclopedia dello Spettacolo, vol. IX, Roma, 1954-1962, pp. 991-999.

79. BCF, Carte Macciò, 76, IV, G. Amati, Relazione delle feste di Baiazzet fatte in Pistoia nel 1789.

80. Ibidem.

81. M. Valbonesi, Giosuè Matteini di Pistoia. Moralista e poeta, Pistoia, 2003, pp. 9-10; G. Matteini, Il Caffè della Porta Vecchia, Pistoia, 2001, pp. VI-VII.

82. M. Lucarelli, Iconografia di Pistoia nelle stampe dal XV al XIX secolo, Firenze, 2008, pp. 54-55.

83. L. Zangheri, Feste e apparati nella Toscana dei Lorena(1737-1859), Milano, 1996, pp. 59-60.

84. Secondo Zangheri ideatore della scenografia fu il pittore pistoiese Giuseppe Brizzi cfr. L. Zangheri, Feste e apparati nella Toscana dei Lorena(1737-1859), cit., pp. 154, 166. Per ipotesi, Brizzi può essere identificato con l’anonimo collaboratore di cui parla l’Amati, che nel progetto architettonico del Ciardi, diresse la scenografia dell’evento, ruolo che per altro rivestì anche per il torneo cavalleresco del 1791.

85. E. Guscelli, Un architetto pistoiese d’età ricciana: il percorso professionale di Stefano Ciardi, «Bullettino Storico Pistoiese», CVIII (2006), 41, pp. 113-140.

86.La vittoria e il Trionfo del Gran Tamerlano imperatore de’ Tartari per la vittoria riportata sopra di Bjazet sultano de’ Turchi da rappresentarsi in Pistoia sulla Piazza di S. Francesco da un numero di circa 600 giovani d’ogni ceto in aggiunta alle altre feste da farsi in detta città per la ricorrenza della festa del gloriosissimo protettore S. Giacomo Apostolo nel presente anno MDCCLXXXIX, Pistoia, 1789.

87. C. Marchetti, L’Ombra di Catilina, Pistoia, 1789.

88. BCF, Fondo Forteguerriano, B. 109, Marchionni, Per le feste di Bajazet e Tamerlano, 1789,cc. 66-68.

89. G. Beani, S. Iacopo Apostolo il maggiore patrono di Pistoia. Memorie storiche, Pistoia, 1885, pp. 101-102.

90. «Gazzetta Toscana»,(1791), 1, p. 118.

91. Pistoia, Biblioteca Leoniana, Fondo Manoscritti,Diario Pistoiese del Dottore Bernardino Vitoni dal 1778 al 1811, ms. 73, c. 40r.

92. Componimenti poetici in occasione dello speciale onore compartito alla città di Pistoia dall’augusta presenza di S.A.R. Ferdinando III Gran Duca di Toscana e di S.A.R. Amalia di Borbone Granduchessa di Toscanaper le feste fatte nella solennità di San Jacopo Apostolo insigne protettore della medesima nel corrente anno 1791, Pistoia, 1791.

93. F. Cardini, Il libro delle feste. Il cerchio sacro dell’anno, Rimini, 2004, p. 61.


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