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Cammelli Antonio detto il Pistoia

(V. Capponi, 1878)

Rimatore, uno fra quelli che prima del Berni si distinsero in quel genere di poesia che poi fu detta bernesca, nacque in Pistoia da una famiglia oriunda di Vinci nel 1440.

  • Egli stesso in più d' un sonetto si chiama Antonio da Vinci: onde mi pare potersi da ciò dedurre con sicurezza non esser egli, come molti fin qui han dubitato, una persona diversa da quell'Antonio Vinci del quale si hanno a stampa alcuni sonetti tra le rime di Bernardo Bellincioni stampate a Milano l'anno 1493, per M.° Philippo di Mantegatii dicto el Cassano. Anche Paolo Panciatichi rimatore pistoiese quasi contemporaneo del Cammelli, e però in grado di esser bene informato, in un codice di rime scritto tutto di sua mano, e che si conserva ora nella Forteguerriana, tutti i sonetti dei due immaginati autori, anche quelli dove l'autore si segna Antonio da Vinci, li dà tutti per del Pistoia. Quanto poi a questo nome di Pistoia è facile supporre che così lo chiamassero a Ferrara, dove, come vedremo, più tardi si recò; prendendo 1'appellativo dalla città capo del distretto da cui egli proveniva; nel modo stesso che, com' egli racconta, lo dicevano anche il fiorentino, perche, venuto di Toscana, gli davano appellativo dalla città principale.

I suoi genitori, quantunque poverissimi, presagi che non invano avrebbero impiegato le loro sollecitudini nel coltivare l'ingegno del ben promettente giovinetto, lo posero ben tosto alle scuole che nella città nostra erano fin d'allora fiorenti. Ma il nostro Antonio era nato poeta; onde gettate ben presto in un canto le noiose grammatiche, e i codici e gl'inforziati, lasciò la compagnia di Prisciano e di Baldo e di Bartolo per darsi tutto alle muse, delle quali si mantenne amico e devoto per tutta la vita. In età ancor giovane si accasò con una degli Ambrogi, e ne ebbe molti figli. Ma di poesia non si campa; ed egli si trovò a passare dei brutti quarti d'ora, e furono per lui più i giorni tristi che i lieti; tanto che ei poteva dire ciò che poi disse uno spirito di lui non meno bizzarro:

... mai la sorte prospera mi dura;

Perche se oggi avrò qualche ventura, 

Doman m'è la disgrazia apparecchiata.

  • Migliorucci Lazzaro poeta fiorentino, sonetto. Sta in fine alle opere del Berni, ed. di Milano, Sonzogno. 1873, pag. 416.

Per la qual cosa, dopo aver lottato aspramente colla povertà senza riuscire a vincerla, memore del vecchio adagio chi muta paese muta ventura, presa la moglie e tutti i suoi figlioli, se ne andò a Roma, sperando di trovar là qualche gran mecenate da cantargli tra liete tazze

O et presidium et dulce decus meum.

Ma oh come le sue speranze restarono deluse! Gli riuscì varcare le soglie della corte; ma quella buona gente beveva la poesia, direbbe il Chiari, come al caffè l'acqua calda collo zucchero, senza spender denaro: 

  • Chiari, op. II, p. 31

ebbe sì lodi e carezze quante ne volle pe' suoi versi giocosi; ma di quattrini ne vide pochi o punti. E pare che questa fosse la generosa ricompensa di tutti i poeti di quella corte; poiché anche Serafino Aquilano poeta allora di grido, quantunque la sua riputazione sia poi andata adagio adagio a svanire, ebbe sì poca fortuna, che morì poverissimo, se dobbiam credere a quello che ne dice il Bibbiena nel sonetto che comincia

Che nuova c'è? morto è quel miserello

Di Serafin. Di che? di morbo e stento.

  • Crescimbeni, Storia della volgar poesia, Vol. 2° p. 2. pag. 321

Anche l'Aretino racconta lo stesso del nostro Antonio, di cui fu amico, come lo provano varie lettere a lui dirette, sebbene poi, secondo il suo mal costume, non avesse riguardo a vituperarlo quando lo muoveva o l'ira o l'odio, o altra brutta passione. “La corte, egli scrive, recatosi in sospetto il Serafino, in quei tempi d'ingegno, di maniera e di discrezione rara, amato in Roma, desiderato in Italia, e laudato dai dotti, gli anteponeva un cane, al quale mangiando facea luogo ... Il Pistoia nol vantaggiava di troppo. Io non m'intendo di versi, ma dice chi ne ha pratica, che l'uno che componeva sopra una mosca, sopra una lettera, sopra una medaglia e sopra ogni impresa, ebbe facilità ed invenzione; l'altro (il Pistoia) arguzia e prontezza, ma un carlino non mai”.

  • Aretino, Ragionamenti, p. 3. Ragion. delle Corti, p. I, p. 11

L'Aretino con uno di quei capitoli tutti pieni di livore e di maldicenza avrebbe fatto pagar cara alla corte e ai cortigiani tanta avarizia; non così il Cammelli, il quale, d'animo più benigno, non andò mai più in là di un innocente e innocuo sfogo con quei sonetti che di lui ci restano e nei quali ci racconta le sue miserie. Ma sentiamo lui stesso a narrarle:

Signori, io dormo in un letto a vettura,

E stommi in una camera a pigione

Con certo lenzuoletto di saccone;

E paio un benefizio senza cura.

 

E d'ogni lato lagriman le mura,

Che par ch'abbian di me compassione;

E se vi meno mai qualche persone,

Parmi d'entrare in una sepoltura.

 

Mosche, ragni, formiche in compagnia

Mi fanno intorno agli occhi una moresca,

Che par, che voglian dir vattene via.

 

D'estate è calda, e d'inverno è fresca,

E se foco vi fo per gratia mia

Non creder già, che 'l fumo via sen esca.

 

Sicché non ti rincresca,

Che oltra tanto affanno, pena e duolo,

Convienmi ancora poi pagare il nolo.

Tale era l'albergo del povero poeta, ma non si creda che qualche cosa di meglio fossero i suoi pasti, se così ce ne descrive uno in quest'altro sonetto:

Cenando, Fedel mio iersera in corte,

M'apparecchiar Serafino e Galasso

Una tovaglia lavata col grasso

Che mostrava la mensa per le porte.

 

Poi le vivande che mi furon porte

Fu l'insalata mal condita, ahi lasso!

Il pan peloso, più duro che sasso;

Filava il vin per la paura forte.

 

La madre di Buezio avvolta a un osso

Mi dieder prima, che del brodo puro

Aveva ancor la cimatura addosso.

 

Diedi de' denti su quel cuoio duro

(L'un era affaticato e l'altro scosso),

Col culo al scanno e con li piedi al muro.

 

Allor dissi: Io non curo

Di questa imbandigion mangiarne troppa

Ch' io non son uso a pattinare stoppa.

 

E poi volsi la groppa

E dissi, che chi in corte è destinato, 

Se non muor santo si muor disperato.

Tentava egli il Cammelli d'incantare la fame dettando versi; ma era tempo perduto; oltreché la sua musa, vuoto il ventre, mostrava chiaro di diventare sterile; perché è proprio vero che “venti o trenta doppie sul tavolino meglio ravvivano l'estro di scrittore ingegnoso, che tutti i libri della sua libreria, tutte le lodi de' suoi mecenati”.

  • Chiari, op. tom. I pag. 224

Per la qual cosa accortosi ormai il Cammelli che per avere un po’ di pane onde farsi

... gonfio il viso e l'una e l'altra natica

  • Gozzi, op. tom. VIII, p. 195

bisognava mutar aria, lasciò Roma, non senza prima scuotersi la polvere di sulle scarpe, e nel 1490 se ne andò a Ferrara, sperando d'incontrare la miglior fortuna. E infatti non fece male i suoi conti, dacché il Duca Ercole I maravigliosamente dilettatosi del suo festevole e pronto ingegno, tanto prese a ben volerlo, che non solo gli assegnò onorifico stipendio, ma collocò pure convenientemente i figli di lui, che a somiglianza del padre non aspettavano che la buona occasione per dar prova dell’ingegno di cui generosamente erano, stati dotati dalla natura. Gio. Battista musico distinto lo fece primicerio della cattedrale, Francesco dottore in legge lo creò lettore dello studio di Ferrara, e Tommaso per la protezione del Duca, e per la onorevole posizione dei fratelli salito anch'egli in credito, trovò moglie con dote assai cospicua. Antonio d'allora in poi non pensò ad altro che a tenersi amica la sorte, e ad entrare sempre più nelle buone grazie del Duca. Codesto principe, ingegnoso ed erudito se ve ne fu mai in Italia, aveva formato delle cose teatrali una delle sue più gradite ricreazioni. A quei tempi, messe in un canto le informi, grottesche e spesso ridicole rappresentazioni sacre, erasi cominciato in Italia a fare strada al vero dramma originale, dopo aver tentato felicemente la commedia e la tragedia latina. I signori d'Italia a rendere più conveniente la rappresentazione fecero costruire nei loro palazzi teatri che molto si avvicinavano nella forma a quelli antichi descrittici da Vitruvio. Sull'esempio delle corti di Roma e di Firenze anche il Duca Ercole di Ferrara si acquistò insigne rinomanza non tanto pel teatro che egli con regale magnificenza fece inalzare nel suo palazzo, quanto e più ancora per l'invito che fece alla sua corte degli ingegni più culti che onorassero allora l'Italia. In esso si rappresentarono dapprima tragedie e commedie del teatro latino, fra le quali I Menecmi di Plauto, tradotti in parte dallo stesso Duca Ercole; quindi il Cefalo di Niccolò da Correggio, il quale, non è già, come da taluno si disse, una traduzione di Plauto, ma una specie di dramma pastorale rozzo ed informe:

  • Beccaria. Della Commedia presso i Greci, i Latini e gli Italiani.

e quando poi il dramma italiano prese forme più regolari, molte delle prime produzioni furono su quel teatro rappresentate. Il nostro Cammelli che per andare a' versi del Duca, o per rispondere in qualche modo al suo affetto si studiava d'indovinare ciò che gli tornasse più grato, conosciuta la passione di lui per il teatro, si dié a mettere insieme una tragedia. La sua musa era tutt'altro che tragica; nondimeno, postosi ormai in capo di fare una tragedia, non guardò tanto sottilmente né allo argomento, né all'arte di rappresentarlo, né allo stile, e in breve condottala a fine, le dié il nome di Demetrio Re di Tebe, e la presentò al Duca con una affettuosa lettera.

  • Questa tragedia che il Cammelli nel manoscritto presentato al Duca Ercole chiamò il Demetrio, fu poi nelle stampe chiamata col suo vero nome cioe Filostrato e Panfila: donde nacque la credenza che due tragedie invece di una avesse egli scritto; il che non ha dubitato di scrivere più d'uno storico pistoiese: anzi vi è stato chi rincarando la dose, ci ha fatto sapere che non una né due tragedie abbiamo del Cammelli ma anzi tre cioe il Filostrato, la Panfila, e il Demetrio.

Il soggetto è tolto di peso dalla novella prima, giornata quarta del Decamerone. Tancredi prenze di Salerno è cangiato nel Re Demetrio, Ghismonda sua figlia in Pamphila, Guiscardo l'amante in Filostrato. È in terza rima, divisa in cinque atti, con strofe al fine di ciascuno di essi; quasi a tener luogo degli antichi cori. Il soggetto, di per se stesso adattatissimo per una tragedia, nelle mani del nostro autore diventa languido e snervato: ma l'arte drammatica era allora sempre in culla; e chi pensi che questo fu il primo tentativo di tragedia italiana, non defrauderà certo d'una qualche lode l'autore, sia pure che nel suo lavoro faccia difetto l'arte, e difettosa sia pure la regolarità della composizione, l'azione stessa; e non vi si ravvisi un fine, se noti forse quello solo di piacere e dar sollazzo; che non è certo il fine non dirò della tragedia, ma neppure del dramma e della commedia.

  • V’è stato chi ha conteso al Cammelli il vanto di aver tentato pel primo la Tragedia italiana, dandone invece l'onore al Trissino autore della Sofonisba. Ora è certo che il Demetrio sebbene stampato solo la prima volta nel 1508 fu scritto dal suo autore intorno al 1500; mentre la Sofonisba, come rilevasi da una lettera scritta al Trissino da Giovanni Rucellai suo amico, fu composta nel 1515, e nell'anno stesso presentata a Leone X; ma non fu data alla luce che nel 1524 in Roma, per l'Arrighi (V. Castelli, Vita del Trissino, pag. 25). Se peraltro il Trissino e inferiore di tempo, niuno gli contenderà che egli non sia superiore d'assai nel merito; dacché a dir vero, la sua Sofonisba fu quella che segnò il risorgimento dell'arte tragica presso di noi; come poi la Calandra, e la Mandragora furono i primi e migliori esempi della commedia.

Lo stile è semplice, talvolta troppo basso, tendente al triviale: non così la lingua, se non sempre, in generale assai pura e schietta. Il Cammelli come tragico non ha altro vanto che di avere pel primo tentato codesto genere di composizione teatrale: non così se si riguarda come poeta; e i suoi versi, se non per eleganza, sono al certo pregevolissimi per acutezza e festività: il qual giudizio fu unanime anche nel tempo in che egli visse. Il Card. Bibbiena in un sonetto in morte di Serafino Aquilano scrive aver questi lasciato in eredità

Le facezie al Pistoia, il sale, il miele.

  • Crescimbeni, Vol. 2° par. II, pag. 321.

Un altro autore anonimo nel capitolo in lode del caldo del letto lo pose coll'Aretino in questi versi:

Guarisce i granchi e fa tirar le cuoia

E fa tanti altri mirabili effetti,

Che stancherian l'Aretino e 'l Pistoia.

  • Crescimbeni, Vol. 2° par. II, lib. VI, pag. 330.

E Cassio da Narni ricordandolo in un suo poema, gli dava in ciò la mano destra su tutti dicendo:

Pistoia v'era in la medesma sede

Che in dir faceto ogni altro al mondo eccede.

E il Berni anch'esso volendo descrivere la brutta figura di un

Ambasciador del boia

Un Medico, Maestro Guazzaletto,

invoca lo spiritoso ingegno del Pistoia.

O Spirito bizzarro del Pistoia

Dove se' tu? che ti perdi un subietto

Un' opra da compor, non che un sonetto

Più bella che il Danese e che l'Ancroia?

  • Berni, Poesie Burlesche, Edizione di Amsterdam, 1770 pag. 136.

Finalmente anche l'Ariosto in una sua satira diretta al Bembo dice di temer non forse si dicesse aver lui rubato al Pistoia.

Ma se degli altri io vo’ scoprir gli altari,

Tu dirai che rubato e del Pistoia

E di Pietro Aretino abbia gli armari.

  • Ariosto, Rime e Satire, Firenze, Molini, 1822, Sat. IV.

Ben è vero peraltro che il Pistoia poco tenne il campo della poesia giocosa, ché venuto il Berni, questi si lasciò indietro tutti quelli che prima di lui avevano tentato di scrivere in quel genere che poi da lui appunto prese il nome di bernesco. Ma non rimase per questo oscurata la fama del nostro autore, e chi legga i suoi sonetti, vedrà che non perdono molto di fronte ai più belli del Berni.

  • Del Cammelli trovansi rime a stampa: 1° Fra quelle di Bernardo Bellincioni, Milano, per Maestro Philippo di Mantegatii dicto el Cassano, 1493; 2° Innanzi all'Orlando Innamorato del Boiardo, Scandiano 149; 3° Nella raccolta di Caligola Bazaliero, Bologna, 1504, in 8°; 4° Nella Opera Nova di Vincenzo Calmeta, Venezia, 1507; 5° Nella Raccolta dei Poeti Ferraresi, Ferrara, Pomatelli, 1713; 6° Nel Piovano Arlotto di Firenze, Anno I, fas. I pag.30 e seg; 7° Un'altra raccolta fu pubblicata dal Romagnoli di Bologna nel 1865. Manoscritte si trovano rime del Cammelli nella Biblioteca Estense, e nella Forteguerriana di Pistoia. Non è poi da tacersi come l'editore Francesco Vigo di Livorno abbia promesso da qualche anno una raccolta di tutte le opere dei nostro Cammelli.

Nient'altro sappiamo della vita del nostro poeta, il quale, fissato per sempre il suo domicilio in Ferrara, quivi avrà certo continuato a tenere allegro il Duca e la sua corte. Sembra che nel 1504 fosse già morto, dacché Diomede Guidalotti bolognese in una sua raccolta di rime pubblicate in quell'anno col titolo: Tirocinio delle cose volgari

  • Bologna, 1504, in 4°

ce ne dà l’epitaffio, in versi che comincia:

Ferma il piè tu che passi, e il nero caso

non ti fia a udir con poco indugio e noia,

Antonio giace qui detto il Pistoia,

Noto dai primo sol fino all'occaso.

Invece nella raccolta dei poeti ferraresi stampata, come abbiam detto, nel 1713, in una nota ad alcuni sonetti del Cammelli si dice che egli morisse dopo il 1516: la qual cosa per quante cure io mi sia dato, non ho potuto accertare, mancandoci sicuri documenti.

  • Edizioni della Tragedia: Philostrato e Panfila doi amanti, tragedia di Antonio da Pistoia. In Venetia, per Manfredo Bono de Monferrato, 1508, in 8°; in Venetia, per Melchiorre Sessa, 1516. in 8°; in Venetia, per Zorzi de Rusconi milanese, 1518, in 8°; senza luogo e anno, col titolo: Tragedia di Antonio da Pistoia, e in fine: Istapata ad istatia di M. F. Benvenuto,  in 8°, con ritratto. Le quali edizioni sono tutte più o meno rare.

 

Link

 

http://www.treccani.it/enciclopedia/cammelli-antonio-detto-il-pistoia_(Dizionario-Biografico)/

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Cammelli

http://www.archive.org/details/rimeediteedined00cappgoog

http://www.vc.unipmn.it/~marazzin/Pistoia.htm

http://www.nuovorinascimento.org/n-rinasc/ipertest/html/orlando/pistoia.htm

http://openlibrary.org/books/OL24128797M/Rime_edite_ed_inedite_di_Antonio_Cammelli_detto_il_Pistoia

Bibliografia

  Treccani.it

  • (G. M. Crescimbeni, Comentarj... intorno alla sua Istoria della volgar poesia, Venezia 1730-31, I, p. 305; II, 2, pp. 255, 329 s., IV, p. 58;

  • F. S. Quadrio, Della storia e della ragione d'ogni poesia, Venezia-Bologna-Milano 1739-52, II, pp. 210, 556 s., III, 1, pp. 58, 64, Indici, pp. 99 s.;

  • F. A. Zaccaria, Bibliotheca Pistoriensis, Torino 1752, pp. 177 s., 228;

  • G. Tiraboschi, Storia della lett. it., Modena 1790, VI, 2, p. 903;

  • L. Ughi, Diz. degli uomini ill. ferraresi, Ferrara 1804, I, pp. 39 s.;

  • P. L. Ginguené, Storia della letter. ital., Milano 1823-25, VIII, p. 20;

  • P. Emiliani-Giudici, Storia della lett. ital., Firenze 1855, II, p. 138) il C. è essenzialm. l'autore della Panfila, e le scarse notizie del poeta comico sono per lo più fondate sulle testimonianze dei letterati del primo '500.

  • Il Crescimbeni ripubblica comunque il son. "Signori, io dormo", e il Quadrio, che distingue due tragedie sulla base del doppio titolo, Filostrato e Panfila e Demetrio re di Tebe (in questo ricalcato dallo Zaccaria, dal Tiraboschi, dal Ginguené e dall'Emiliani-Giudici), dà notizia dei codici Estensi e del cod. Bolognese (allora Trombelli).

  • Le prime raccolte del secondo '800, dai Sonetti giocosi del 1865 alle Rime ed. ed inedite del 1884, e la pubblicazione dei primi documenti, se rappresentano talvolta il facile sfruttamento di filoni di testimonianze venute alla luce, rispondono tuttavia e insieme sono stimolo a un primo fervore d'interesse e di ricerche intorno al poeta e al personaggio, a cominciare dalle stesse Notizie premesse dal Cappelli all'una (pp. 5-22) e all'altra raccolta (pp. XXV-XLII), prontamente passate agli atti da V. Capponi nella Bibliografia pistoiese, Pistoia 1874, p. 73, e nella Biografia pistoiese, Pistoia 1883 (ma cominciata a uscire nel 1878), pp. 78-83 (e cfr. G. Carducci, La gioventù di L. Ariosto e la poesia latina in Ferrara, Bologna 1875, ora in Opere ediz. naz., XIII, pp. 287-92;

  • R. Renier, Nuovi documenti sul Pistoia, in Giorn. stor. d. lett. it., V, 1885, pp. 219 s.;

  • Id., Del Pistoia, in Riv. stor. mantov., I 1885, pp. 72-87;

  • V. Cian, Un decennio della vita di P. Bembo (1521-1531), Torino 1885, pp. 231 s.; 

  • L. Frati il tentativo di attribuire al C. trenta Sonetti satirici contro Ferrara in un codice Bentivolesco del sec. XV, in Giorn. stor. d. lett. it., IX1887, pp. 215-32). Ma è soprattutto intorno alla silloge trivulziana e poi a quella ambrosiana, e attraverso una più ampia ricognizione della tradizione dei testi, la valutazione dei riferimenti storici in essi contenuti e una sistematica esplorazione docum., ad opera del Renier (in Riv. stor. it., II 1885, p. 425; Poeti sforzeschi in un cod. di Roma..., cit.;

  • Buffoni, nani e schiavi dei Gonzaga, Roma 1891, pp. 20 ss.), di V. Rossi (Poesie storiche sulla spediz. di Carlo VIII in Italia, nozze Renier-Campostrini, Venezia 1887, Poesie storiche, a proposito di una recente pubblicazione, in Arch. veneto, XXXV 1888, pp. 207-25;

  • Il canzoniere ined. di A. Michieli detto Squarzola o Strazzola, in Giorn. stor. d. lett. it., XXVI 1895, p. 69 n.) e di E. Percopo (Isonetti del Pistoia, a proposito di una recente pubblicazione, in Il Propugnatore, n.s., I 1888, 1, pp. 249-90;

  • Un ignoto poemetto a stampa di V. Calmeta, in Riv. crit. d. lett. it., I1896, pp. 143-48;

  • Un libretto sconosciuto di Panfilo Sasso, in Studidi lett. it., I1899 pp. 194 ss.; recens. ad A. Chiti, Un son. ined. di Francesco Cammelli, Pistoia 1899, in Rass. crit. d. lett. it., IV 1899, p. 143;

  • La famiglia di A. C., in Bull. stor. pist., II 1900, pp. 49-62), che la figura e l'opera del C. raggiunge la sua storica definizione, con riflesso anche sulla storia generale (cfr. A. Gaspary, Storia della lett. it., Torino 1891, II, 1, pp. 202, 235 s.;

  • A. D'Ancona, Origini del teatro italiano, Torino 1891, II, pp. 375-79, e dello stesso già Il teatro mantovano nel sec. XVI, in Giorn. stor. d. lett. it., V 1885, pp. 25 s., 28;

  • V. Rossi, Il Quattrocento, Milano 1898, pp. 383, 398-401;

  • ma si veda anche F. Gabotto, La storia genovese nelle poesie del Pistoia, in Giorn. ligustico, XV 1888, pp. 81-121;

  • Id., Nuovistudi sul Pistoia, in La letteratura, III 1888, 1, p. 3; Id., Isonetti del Pistoia contro il Cosmico, ibid., IV 1889, 9, p. 3;

  • F. C. Pellegrini, in Giornale storico della letteratura italiana, XII 1888, p. 256 n.;

  • L. Frati, Notizie biografiche di G. B. Refrigerio, ibid., pp. 340 s.;

  • G. S. Scipioni, Un poeta burlesco nel Quattrocento, in Gazzetta letteraria Torino, XII 1888, pp. 61 ss.;

  • E. Verga, Saggio di studi su B. Bellincioni, Milano 1892, pp. 26-29;

  • G. Marpillero, I "Suppositi" di L. Ariosto, in Giorn. stor. della letter. italiana, XXXI 1898, pp. 300 s.;

  • D. Provenzal, Dei sonetti contro il Cosmico attr. al Pistoia, in Bull. stor. pist., II 1900, pp. 146-51;

  • E. O. Mastrojanni, G. G. Pontano e Carlo VIII, Napoli 1901;

  • e la breve bibliografia di G. Rossi in Giorn. stor. d. lett. it., XXX1897, pp. 30 ss.). La pubblicazione de Isonetti faceti di A. C. da parte del Percopo, nel 1908, era accompagnata da quella dell'ampio studio dello stesso, A. C. e i suoi "sonetti faceti", Roma 1913 (ma estr. da Studi di lett. it., VI (1904-06) che, nonostante le molte approssimazioni e prevaricazioni, e la rinarrazione dell'intera produzione del C., resta la massima raccolta d'informazioni sull'uomo e sulla sua opera.

  • Del Percopo si ricordino ancora i Nuovidocumenti su A. C., i figliuoli e i suoi sonetti, in Rass. crit. d. lett. it., XIX (1914), pp. 244-48;

  • e si aggiungano di C. Mazzi, le Notizie intorno alla famiglia di A. C., in Bull. stor. pist., XVIII (1916), pp. 123 s. Ancora un particolare contributo di G. Bertoni, Intorno a un sonetto dialettale attr. al Pistoia, in Giorn. stor. d. lett. it., LV(1910), pp. 455 ss. Ma ormai il C., mentre trova stabile sistemazione nei quadri della storia letteraria (e valga il già cit. Quattrocento di V. Rossi) e in quella dei generi letterari (E. Bertana, La tragedia, Milano 1906, pp. 12-16;

  • V. Cian, La satira, Milano 1923, I, pp. 360-84, 512; C. Previtera, La poesia giocosa e l'umorismo, Milano 1939, I, pp. 265-72, 284, 324), è fatto oggetto solo di apprezzamenti di carattere letterario, in scritti per di più di sconfortante mediocrità, quando non assolutamente insignificanti (F. Bugiani, "Filostrato e Panfila", tragedia di A. C. detto il Pistoia, nozze Bugiani-Gelli, Pistoia 1896; W. G. C. Byvanck, Pistoja, een Italiaansch humorist van de 15e eeuw, in De Gids LXVI 1902, 3, pp. 339-50;

  • P. Rezzesi, A. C. detto il Pistoia, Sondrio 1902;

  • A. Angeloro, "Filostrato e Panfila", "tragedia scura" di A. C., Napoli 1907;

  • D. Clarizia, Un poeta giocoso del Rinascimento, il Pistoia, Salerno 1929). Del tutto marginale la scheda di B. Croce, Un sonetto del Pistoia, in Poesia ant. e mod., Bari 1941, pp. 200-208. Ultimi e meno inconsistenti interventi (nell'ambito delle tradizionali acquisizioni):

  • C. Pardi, Le rime storiche del Pistoia (commento storico ai sonetti 372-529), in Bull. stor. pist., XLVI-XLVII (1944-45), pp. 3-20; XLVIII (1946), pp. 15-27; XLIX (1947), pp. 41-64;

  • A. Piromalli, A. C., in Convivium, XXIX (1961), pp. 531-54;

  • e cfr. D. De Robertis, in Storia della lett. it., a cura di E. Cecchi-N. Sapegno, III, Milano 1966, pp. 626-29.

  Wikipedia.it

  • Poesia del Quattrocento e del Cinquecento, a cura di C. Muscetta e D. Ponchiroli, Torino, Einaudi, 1959

  • Antonio Piromalli, La cultura a Ferrara al tempo di Ludovico Ariosto, Roma, Bulzoni, 1975 (2ª ed.)

 


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